Continua l’attenzione di Harriet, il blog della Poetry Foundation nei confronti dei mutamenti in atto a livello di media per quanto riguarda la poesia.

Questa volta si tratta di un articolo di Ali Pechman, Paper cuts, dedicato, prima ancora che alla poesia, al suo supporto attualmente più diffuso, la carta, in sé tutto sommato di modesta attrattiva e non scevro di svarioni (come quando definisce la poesia il genere letterario più “cartaceo” d’ogni altro, mentre è evidentemente vero il contrario), ma che ha almeno due ragioni per suscitare interesse.

La prima è che anche nel mondo anglosassone non può si può fare a meno di rilevare il medesimo fenomeno paradossale che io, in maniera ben più polemica di Pechman, avevo già notato tempo fa in un intervento intitolato L’Italia dei ‘poetini’.

Ciò che accade è che, di fronte alla rivoluzione “mediale”, mentre i poeti più “anziani” si mostrano spesso aperti ed entusiasti, i più giovani tra loro sono invece i più chiusi alle novità, reagendo con una chiusura che li porta a dissotterrare aspetti e forme evidentemente obsoleti: “while older generations embrace the magic of the screen, younger people associate a screen with a certain kind of thinking, and that kind of thinking is conversational, or it’s social, but it’s not quiet contemplative thinking that poetry emerges from, so they need to get away from that environment to do their writing”.

Fenomeni del genere non sono certo una novità: l’intero arco di sviluppo del Simbolismo, ad esempio, sino alle sue più stanche propaggini odierne, può essere letto come una “reazione” ai mutamenti antropologici radicali indotti dalla Rivoluzione industriale e dalla radicale trasformazione in “merce” di ogni arte.

A dirla con Hartmut Rosa, autore di un interessante saggio di sociologia del “tempo”, Social Acceleration: a new Theory of Modernity, di fronte all’accelerazione vertiginosa del presente non sono rari, anzi, i fenomeni di “pietrificazione“.

La scelta “reazionaria” di moltissimi dei poeti italiani più giovani assume, in questa prospettiva, un significato evidente, tanto quanto inevitabilmente scontato.

La seconda ragione d’interesse dell’intervento di Pechman è che esso nota con precisione quanta differenza ci sia tra scrittura e libro, e dunque carta, senza per questo trarne le conseguenze evidenti. La scrittura è, senza dubbio alcuno, la più importante delle tecnologie scoperte dall’uomo, ma essa non è in alcun modo identificabile tout court con la carta e dunque con il libro.

I supporti della scrittura sono stati moltissimi, e altri certamente ce ne saranno, dalla pietra, al rotolo di papiro, al volumen, fatto di cartapecora, sino all’attuale libro cartaceo e all’e-book: chi voglia averne un’idea chiara e completa può rivolgersi all’informatissimo e sintetico saggio di Christian Vanderdorpe, Du papyrus á l’hypertexte. Cliccate sul link e arriverete alla sua versione ipertestuale.

Ovviamente, ogni mutamento di supporto induce a un mutamento delle forme di scrittura, così come di quelle di lettura.

La poesia e le sue forme sono, dunque, profondamente implicate in tutto ciò.

Ammesso e non concesso che la scrittura su schermo stia per uccidere quella su carta, che l’e-book stia per sterminare il libro, ciò non significherebbe in alcun modo la morte della scrittura, né della poesia scritta, ma solo quella del libro (dopo quella del rotolo di papiro e dell’incartapecorito volumen).

La scrittura continuerebbe la sua vita mutazionale, adattandosi al nuovo supporto, senza soffrirne più di tanto, ma anzi – com’è già accaduto – arricchendosi di nuovi e inediti aspetti.

È questo che mi pare sia il nodo da affrontare oggi in poesia, in Italia, come nel mondo: al di là da sterili contrapposizioni tra orale e scritto e soprattutto al di là da arroccamenti nella Alamo dell’ultimo magico, neoneo-Simbolismo, anche per coloro che continueranno a “scrivere” la poesia, piuttosto che a “dirla”, ciò che è davvero importante è fare i conti con questa ventura scrittura sans-papier, nella doppia accezione di scrittura senza carta, ma anche di scrittura non identificabile, ancora sconosciuta, una scrittura “migrante” e ancora “clandestina” che giunge a noi da un remoto futuro, ma che ormai è tra noi, anche se non ha ancora una Carta d’Identità da mostrarci.

Per fare questo non basta – come accade oggi nella maggior parte dei casi – trasferire su schermo ciò che una volta si sarebbe messo su carta.

Occorre fare i conti con le forme nuove che il nuovo supporto suggerisce, scritte certo, ma certamente non com’erano scritte prima, occorre, cioè, riconoscere questa nuova scrittura che nasce e che ci invade.

A meno di non voler rinchiudere anch’essa in un Cie, come abbiamo la pessima abitudine di fare con i migranti in carne e ossa.