Ammetto di essere rimasto particolarmente colpito dalla pioggia di commenti al mio post dell’altro ieri su Lampedusa: non mi sarei certo immaginato di scatenare l’inferno parlando di immigrazione e “nuovi italiani”. Credevo fossero ormai temi “secolarizzati” e che al massimo, avrei ricevuto giusto un po’ d’attenzione per il commento sulla vicenda di Chaouki. Ma così, superficialmente, tra i fornelli e la tavola. Oppure tra il pandoro e la tombola. E invece, a giudicare dal vigore e dal rigore di tanti commenti (per non parlare del livore di altri) sembra che il dibattito sulla questione immigrazione accenda ancora gli animi. Nonostante se ne parli negli stessi termini, ormai da un ventennio: pare infatti che sul tema, il tempo non passi mai. 

Colpa certamente della politica italiana – soprattutto di quella “progressista”- che dai primi anni ’90, quando l’immigrazione entrò nell’agenda nazionale, non è riuscita a svincolarsi dall’ipocrita ed asfissiante mediazione continua della ragione con la ricerca costante del consenso. Perché trattato con timidezza, l’argomento immigrazione fa solo perdere voti. Anzi. Di solito le posizioni sensate, documentate e ragionate ma mal comunicate, sono le prime a finir schiacciate dalla propaganda. La sinistra italiana porta la grave responsabilità di non aver saputo spiegare alla popolazione che la chiamata alle armi della destra e dei movimenti populisti, contro i migranti in genere e soprattutto contro l’islam, è un linciaggio disgustoso, uno sciacallaggio isterico che non favorisce l’integrazione e prende di mira senza criterio cittadini e lavoratori.

Un atteggiamento politico codardo, razzista e disumano, quello retorico anti-immigrati applicato tra l’altro “a geometria variabile”: un giorno è il turno dei romeni, l’altro degli albanesi, poi dei polacchi, quindi dei marocchini. Parlare di migranti, di diritti dei migranti e di misure umanitarie, non solo non paga in termini elettorali, ma sembra ormai niente più che una chiacchiera “buonista” da salotto per illuminati benestanti (nonostante i danni ed il clamore del nulla, prodotti dalla normativa “cattivista”adottata fino ad oggi). Eppure basterebbe poco per smontare i falsi miti che alimentano l’assatanata ed irriducibile propaganda xenofoba che sogna improbabili e squallide deportazioni di migranti, assimilazioni culturali forzate e magari, perché no, un’Italia simile al Sudafrica dei tempi dell’apartheid. Senza contare che le premesse non sono basate su prove inconfutabili, ma nel migliore dei casi su pregiudizi ed approssimazione.

Ad esempio ben pochi sanno che a fronte della militarizzazione del Mediterraneo a malapena il 10% dei migranti arriva per mare oppure che i “clandestini” sul territorio nazionale sono una percentuale largamente minoritaria (senza contare che la stragrande maggioranza, essendo proveniente da paesi quali Siria, Libia, Eritrea, Somalia e Sudan, avrebbe ottime possibilità di veder riconosciuto il diritto d’asilo) rispetto al resto dei migranti. E tralasciamo anche l’apporto determinante degli stranieri all’economia nazionale; le prove inconfutabili sarebbero tante, sarebbero solide e fotograferebbero bene la realtà, schiacciando i deliri. La guerra tra poveri, italiani contro immigrati, è deprecabile e basata su argomenti con scarso fondamento.

Ma accanto al proliferare dei falsi miti, che la politica non riesce a contrastare, c’è anche una dose di imperdonabile e sorprendente ignoranza storica generale: l’Italia, per chi se lo fosse dimenticato, è stata (ed oggi è tornata ad essere) terra di grande emigrazione. Anzi, la nostra cosiddetta “italian diaspora”, come viene definita da studiosi anglosassoni, è considerata come uno tra gli esodi di massa di più ampia portata della storia. I nostri padri, nonni e bisnonni hanno vissuto sulla loro pelle il cinismo e la violenza del razzismo, quegli stessi sentimenti che trasudano oggi dai commenti di disprezzo verso i migranti che riempiono giornali online e social network; gli italiani hanno conosciuto il linciaggio (non solo quello figurato), il pregiudizio, la discriminazione. Sono stati chiamati con nomi (“wop” è il più celebre), sono stati respinti oppure messi in quarantena al loro arrivo, come oggi noi facciamo con i migranti che ci chiedono aiuto, sono stati chiamati “mafiosi” per il solo fatto di essere italiani, come oggi chiamiamo “terroristi” tutti i cittadini di fede islamica. E quando diciamo che i cittadini del Maghreb sono “in gran parte criminali” forse, inconsciamente, parliamo di noi:  la minoranza italiana era in vetta alle statistiche sui crimini violenti in America, nei primi anni del ‘900.

Oggi molti parlano di rigore, di regole da rispettare, di respingimenti ma fino a poco tempo fa eravamo noi gli eritrei, i libici, i somali del mondo. Come ci ricorda un testo tratto da un progetto dell’Università americana di Yale che riguarda i migranti italiani negli Stati Uniti (1870-1920):

..E’ stato scritto molto a proposito della sofferenza patita e della discriminazione subita dagli emigranti italiani negli Stati Uniti ma questi fattori vanno analizzati alla luce della situazione che gli italiani si erano lasciati alle spalle. L’unica cosa che gli immigrati del tempo si erano lasciati dietro era la povertà. Disoccupazione e mortalità infantile, assistenza medica scarsa o assente, scolarizzazione scarsa o assente, problemi abitativi, denutrizione, rigida struttura di classe e sfruttamento. Per l’italiano medio emigrare era sinonimo di liberazione; la speranza di una vita migliore. […] Gli italiani vivevano prettamente tra di loro anche se ciò significava stabilirsi nelle più remote e abbandonate aree della città. Avevano timore della gente del posto e parlavano poco l’inglese. Non si fidavano degli americani perché questi li chiamavano con nomignoli dispregiativi del tipo “wop”, “guinea” e “dago”. Gli italiani sapevano di non essere sempre i benvenuti; alcuni negozi rifiutavano di vendere loro prodotti alimentati e molti americani non affittavano loro appartamenti, nella speranza di costringerli a lasciare il paese..