Dovevano servire “a realizzare momenti di alternanza tra studio e lavoro” per “agevolare le scelte professionali” dei giovani. O almeno così stabilisce l’articolo 18 della legge 196 del 24 giugno 1997, o ‘Pacchetto Treu’, che per la prima volta li ha introdotti in Italia. Invece, i tirocini extracurriculari “formativi e di orientamento”, altresì detti stage, sono ormai divenuti una delle poche formule contrattuali offerte in un mercato del lavoro strozzato dalla crisi economica che, secondo il 47° Rapporto annuale del Censis, nel 2013 conta 3,5 milioni di precari, tra lavoratori a termine, occasionali, collaboratori e finte partite Iva, e 2,8 milioni di sottoccupati, di cui 2,2 milioni part time involontari e cassaintegrati, con un’emorragia occupazionale che nel primo semestre dell’anno ha bruciato 476.000 posti di lavoro (-8,1%) tra i giovani, e 200.000 tra coloro che hanno un’età compresa tra i 35 e i 44 anni (-2,7%), a cui bisogna sommare il milione e mezzo di posti persi dall’inizio della recessione. Tanto che ogni anno sono oltre 300.000 (306.580 nel 2012, secondo uno studio di Unioncamere Toscana) in tutto il Paese, i giovani costretti ad accettare un tirocinio con rimborso spese al posto di un contratto, pur di lavorare. E in qualsiasi campo.

Si va dallo stage per diventare cassiera al supermercato, 38 ore settimanali con rimborso spese da 500 euro mensili, sabato e festivi compresi, a quello per lavorare come commessa in un negozio di abbigliamento, 300 euro al mese per 8 ore al giorno. C’è chi si è visto proporre un tirocinio di sei mesi per essere impiegato in un discount, e chi, disoccupato, sfogliando i più noti siti addetti all’incontro tra domanda e offerta, si è reso conto che di contratti seri, anche a termine, non ne venivano prospettati. E molto spesso lo stage, che secondo la normativa vigente dovrebbe essere vincolato a un percorso di formazione, si è trasformato in una soluzione per colmare le carenze di personale di un’attività, con tirocinanti lasciati soli e la richiesta di prestazioni professionali pari a quelle svolte dai colleghi assunti in quella stessa impresa. Secondo i dati raccolti da Unioncamere Toscana, se nel 2012 sono stati 306.580 i tirocini attivati su tutto il territorio, le esperienze di stage che hanno condotto a un rapporto lavorativo continuativo sono il 9%. “Purtroppo sono sempre più numerose le segnalazioni che riceviamo in riferimento a stage ‘truffa’ – racconta Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil – secondo le nostre stime ogni anno sono oltre 300.000 gli stage attivati in Italia, ma nel 90% dei casi si nasconde un abuso: al candidato, cioè, viene offerto un tirocinio che poi però si rivela essere un rapporto di lavoro vero e proprio ma senza diritti, né una giusta retribuzione. A dimostrarlo sono i dati relativi al numero di persone che vengono stabilizzate una volta conclusa l’esperienza, un numero esiguo se lo si rapporta alla quantità di tirocini attivati nel paese”.

Il tirocinio venne introdotto per la prima volta in Italia dal ‘Pacchetto Treu’, che vedeva nello stage un’opportunità per i giovani di approcciarsi al mondo del lavoro, sempre, però, “nell’ambito di progetti di orientamento e di formazione”. “La Treu – spiega Loy – non prevedeva, tuttavia, un monitoraggio sufficiente a prevenire gli abusi, o la loro reiterazione”. E spesso, il giovane stagista non veniva nemmeno retribuito per la propria prestazione, che in molti casi era, a tutti gli effetti, equiparabile a quella svolta da un lavoratore regolarmente assunto. “Dalla Treu in avanti, quindi, si evidenziò un vuoto normativo che la riforma Fornero tentò di colmare – continua Loy – tuttavia, la formazione non è materia di competenza dello Stato, quanto delle Regioni”. Così, stabiliti gli standard minimi, fu la Conferenza Stato Regioni a dettare le “linee guida in materia di tirocini”, introducendo “un’indennità di partecipazione – si legge nel testo siglato il 24 gennaio di quest’anno – non inferiore ai 300 euro lordi mensili, anche al fine di evitare un uso distorto dell’istituto”. “Noi del sindacato saremmo stati più rigidi nel dettare le linee guida – precisa Loy – perché il tirocinio avrebbe dovuto essere finalizzato all’assunzione, invece viene adoperato per essere più competitivi. Il che è facile se si pensa che più competitivo dello stage c’è solo lo schiavismo”. Il risultato, in molti casi, è quello che la Uil definisce “ricambio nel parco buoi”: allo stagista viene promessa l’assunzione, ma al termine del contratto si passa allo stagista successivo, senza soluzione di continuità. E sempre più spesso la posizione lavorativa per la quale viene richiesto un tirocinante appare priva di finalità formative: cassiere, magazziniere, commesso, addetto alla reception di un hotel.

“Lo stage è uno strumento che di base è molto importante, perché è dalla riforma che ha introdotto il modello 3+2 che si cerca di avvicinare l’Università al mondo del lavoro – spiega Daniele Donati, docente di Diritto amministrativo all’Università di Bologna – e non possiamo rinunciarvi in virtù del fatto che c’è chi ne fa un cattivo uso. Certo è che serve maggiore regolamentazione perché se la normativa vigente impone dei limiti, questi devono essere fatti rispettare. Un modo potrebbe essere quello di migliorare il dialogo tra le Università”, tra le prime promotrici di tirocini, “e mondo del lavoro”. L’ultimo passaggio normativo, la legge 99 del 2013 del governo Letta, varata anche per ratificare il pacchetto ‘Garanzie per i giovani’ di natura europea, del resto, facilita gli adempimenti per gli enti promotori, ma non tutela ulteriormente disoccupati, inoccupati e neolaureati. Secondo Andrea Lassandari, docente di Diritto del lavoro a Bologna e a Ravenna, tuttavia, la soluzione allo stage ‘truffa’ non è un maggiore inasprimento della normativa. “Il problema è nella sostanza: la legge 99 pone un forte accento sullo stage, e indirettamente partecipa alla sua diffusione. Si potrebbe dire che non serve investire tante risorse in questa formula perché più se ne parla, più il rischio di abusi cresce. Ma ho la sensazione che questo sia un rischio calcolato: in un mercato del lavoro che non riesce più a creare occupazione si sostituisce una prestazione che ha costi più alti con questa esperienza, nella speranza che il numero di attività che poi assume cresca”.