Sette ore d’interrogatorio finiscono con un ringraziamento: “Mi sento sollevato – dice Nichi Vendola – e ringrazio la procura per avermi dato questa possibilità, non ho nulla di cui vergognarmi”. Troppi i “non ricordo”, secondo l’accusa, che al contrario non sembra soddisfatta. Sono le tre del pomeriggio quando Nichi Vendola varca il portone della Guardia di finanza di Taranto, per incontrare il capo della procura jonica, Franco Sebastio e i suoi sostituti. Alle dieci della sera il governatore pugliese è ancora lì. Uscirà poco dopo dall’interrogatorio fiume, dicendo: “”Gli equivoci era giusto che fossero affrontati, guardati, che i sospetti potessero essere allontanati. Spero di essere stato all’altezza di un compito molto difficile qual è quello di esercitare, in una fase come questa, una difesa che, per quanto mi riguarda, non è solo la difesa di Nichi Vendola. E’ la difesa di nove anni di storia della regione Puglia”.

L’inchiesta sull’Ilva è ormai chiusa, Vendola è accusato di concussione per aver esercitato pressioni sul direttore dell’Arpa Giorgio Assennato, allo scopo di ammorbidire il suo atteggiamento verso il siderurgico. L’interrogatorio diventa così l’ultima opportunità per convincere i pm della sua innocenza: nei prossimi giorni, la procura dovrà chiedere per Vendola il rinvio a giudizio o l’archiviazione. La tesi del segretario di Sel è sempre la stessa: “Non ho mai esercitato pressioni, tanto meno verso Assennato per favorire l’Ilva e i Riva”. I pm tarantini, almeno fino a ieri, sono convinti del contrario. Nell’interrogatorio – Vendola porta con sé una corposa memoria difensiva – si confrontano le tesi investigative e le “prove” amministrative che il governatore pugliese da sempre invoca a proprio favore: “Le nostre leggi dimostrano che siamo stati intransigenti”. Gli inquirenti invece leggono intercettazioni, contestano il contenuto di parecchie frasi captate dai Riva, come quella in cui sostengono che Vendola ha dichiarato: “Così com’è, l’Arpa Puglia può pure andare a casa, perché hanno rotto”.

Il giorno cruciale, per la parte d’inchiesta che riguarda Vendola, è datato 15 luglio 2010. Poche settimane prima, l’Arpa aveva appurato che le emissioni di benzo(a)pirene nel rione Tamburi, quartiere popolare a ridosso dell’Ilva, erano aumentate. Il documento redatto dall’Arpa – come si evince dalle intercettazioni – mette in allarme i vertici dell’Ilva. Soprattutto per un motivo: l’ente chiede che il siderurgico diminuisca la produzione nei giorni di maggiore vento. E i Riva, di diminuire la produzione, non hanno alcuna intenzione. Dalle intercettazioni pare che Vendola sia d’accordo: i vertici Ilva sostengono che il governatore abbia dichiarato che “in nessun caso l’attività produttiva dell’Ilva avrebbe dovuto subire ripercussioni”. Poi il 15 luglio 2010 si arriva a una decisione: la Regione vara un tavolo tecnico per monitorare il benzo(a)pirene nei sei mesi successivi con centraline montate direttamente dentro il siderurgico. Quello stesso giorno si tiene un incontro tra Vendola e i Riva.

Secondo l’accusa, Assennato attende per ore fuori dalla porta dal governatore senza che partecipi alla riunione. Un episodio definito al telefono dai vertici Ilva come “segnale forte” indirizzato ad Assennato. Lo stesso Assennato – ieri ha consegnato una memoria ai pm – ha sempre negato qualsiasi pressione e per questo motivo è accusato di favoreggiamento nei confronti del governatore: “Non ho mai potuto aspettare fuori dalla porta di Vendola – sostiene – perché il mio badge dimostra che quel giorno, a quell’ora, ero già tornato nel mio ufficio”. Stesso capo di imputazione contestato a Massimo Blonda, direttore scientifico di Arpa Puglia, che però all’ultimo momento ha rinunciato all’interrogatorio che era stato fissato per il tardo pomeriggio di ieri. Vendola ai pm spiega: “L’oggetto di quelle riunioni era la tutela dei posti di lavoro. Dal 1965 al 2006 non sono mai stati fatti monitoraggi nei duecento camini dell’Ilva. Mentre il governo nazionale spostava di due anni il termine per abbassare i limiti del benzopirene, noi li abbiamo imposti con la legge regionale”. E ancora: “Le indicazioni di Assennato non hanno subìto alcun ammorbidimento: sono state inviate al ministero esattamente come l’Arpa le aveva scritte”.

di Francesco Casula e Antonio Massari

da Il Fatto Quotidiano del 24 dicembre 2013

Aggiornato da Redazione web, ore 12.30