Mi ha sempre affascinato quell’angolo di mondo incastonato tra Montevideo e Buenos Aires. Un luogo a tutto tondo dove ingiustizia, genio letterario, calcistico e popolare si fondono. Da Mujica a Borges, da Soriano a Galeano, le vene aperte dell’America Latina, lì dove l’occidente si fa estremo, ci mostrano una terra che è l’Europa capovolta.

Quello che ci lega a quei luoghi è un legame antico, un trait d’union fatto di cognomi e assonanze, un filo rosso che ha il sapore di emigrazione verso terre lontane. Alberto, tassista di Buenos Aires, mi disse che l’Argentina era più simile all’Italia di quanto avesse mai potuto immaginare. L’Argentina è un’Italia dove tutto è andato male. Dalla ricchezza alla polvere. Una terra fra le più ricche al mondo che si trasforma, a causa delle tante scelte sbagliate, in un paradiso della rendita. Un luogo dove i ricchi prosperano e chi vive di lavoro onesto stenta e muore di fame.

Figlio di questi luoghi, così vicini e così lontani, è anche Pepe Mujica, il presidente dell’Uruguay. Fa sorridere che l’Economist abbia nominato l’Uruguay “paese del 2013”. Dopo averci innaffiato di neo-liberismo a secchiate, l’Economist ci dice di guardare con ammirazione a quel piccolo paese incastrato fra Argentina e Brasile, dove un presidente di formazione marxista e rivoluzionaria sta conducendo un esperimento eccezionale. 

Pepe Mujica è un vecchio signore di 78 anni. Sin dai primi anni ’60 si è dedicato alla politica, aderendo al movimento Marxista-rivoluzionario dei Tupamaros. Per questa ragione, restò in carcere fino al 1985, anno in cui l’Uruguay diventò una democrazia. E così Pepe, come lo chiamano i suoi concittadini, dopo il carcere si convertì al parlamentarismo continuando a fare politica da sinistra. Si è fatto apprezzare negli anni per le sue doti oratorie e la sua semplicità, quella capacità unica di comunicare con la gente. Quella sua capacità di essere popolare senza mai scadere nel populismo. Dal 1994 al 2010, è prima deputato, poi senatore, poi leader del suo partito e infine Presidente della Repubblica.

Negli ultimi mesi hanno fatto molto rumore la legalizzazione della marijuana e il riconoscimento dei matrimoni fra omosessuali, ma anche i suoi interventi in grandi fori internazionali a difesa dell’ambiente e dell’austerità. Tuttavia l’austerità di Pepe è diversa da quella dei governi europei. La sua battaglia per “un’austerità alternativa” nasce dall’esempio, dalla sobrietà.

Del suo salario di 150.000 dollari l’anno Pepe riscuote solo il dieci percento, 1.250 dollari al mese. A chi lo intervista fa notare, sorseggiando il suo mate, che un incarico presidenziale non dovrebbe cambiare lo stile di vita di una persona. Perché un presidente dovrebbe guadagnare molto più della media dei suoi concittadini?

Quello che colpisce in quest’uomo è la volontà di condurre con l’esempio. Lì dove, povertà e disuguaglianza dominano e non c’è fiducia nello Stato, il cittadino può darti credito solo se gli fornisci un esempio chiaro. Pensate a molti italiani, che oggi vedono lo Stato come un’inconcepibile astrazione, un’astrazione che impone tasse e sacrifici. In un’epoca di bassissima fiducia nelle istituzioni, crisi economica e crescita della disuguaglianza, il supporto popolare a misure rilevanti e radicali può nascere solo dall’esempio di una classe politica che rifiuta lusso e lustrini. Da Pepe avrebbe molto da imparare chi sperpera denaro pubblico a tutti i livelli e anche i tribuni della plebe che chiedono di tagliare mentre navigano nell’oro.

Alla domanda di una giornalista di Al Jazeera su come si sentisse a essere il presidente più povero del mondo, Mujica ha risposto che lui non è povero ma sobrio (consiglio a tutti di guardare questa intervista straordinaria in basso). Sobrio per perseguire l’interesse comune e non quello dei grandi poteri economici, sobrio per non essere corruttibile. Non è un caso che l’Uruguay sotto la sua presidenza abbia livelli di corruzione bassissima per un paese sudamericano.

Pepe Mujica mi ricorda maledettamente il poeta Evaristo Carriego, tratteggiato da Borges, e i suoi versi sempre ispirati al poverissimo (ai suoi tempi) quartiere Palermo di Buenos Aires. La povertà dei suoi vicini come unico motore della poetica:

 “Carriego pensava di avere un debito verso il suo rione povero: debito che lo spirito codardo dell’epoca interpretava come rancore, ma che lui avrebbe avvertito come una forza. Essere poveri suppone un più immediato possesso della realtà, un immergersi nell’originario gusto aspro delle cose, una conoscenza che sembra mancare ai ricchi, come se ogni cosa giungesse loro filtrata. Così indebitato verso il suo ambiente si sentiva Evaristo Carriego, che in due occasioni si scusa di scrivere versi a una donna, come se la considerazione dell’amara povertà dei suoi vicini fosse l’unico impiego lecito del proprio destino” (Evaristo Carriego, Jorge Luis Borges, p. 22).