L’idea è quella che i media devono servire il Partito. Non è bastato lasciare con il fiato sospeso le intere redazioni del New York Times e di Bloomberg in Cina; una ventina di giornalisti appesi al rinnovo del proprio visto perché si sono permessi di ficcare il naso negli affari di famiglia dell’attuale presidente Xi Jinping e del premier della scorsa legislatura Wen Jiabao.

Quest’anno è stata introdotta una legge che prevede fino a tre anni di carcere per i netizen i cui post vengono visualizzati più di cinquemila volte o condivisi da oltre cinquecento persone e ci sono stati opinion leader cinesi costretti a confessioni pubbliche in tv per essere stati “irresponsabili” nell’aver espresso la propria opinione sul proprio microblog. Ma non è stato sufficiente.

La novità è che 250mila giornalisti dovranno affrontare un esame nei primi mesi dell’anno prossimo. Non era mai successo. Avranno un manuale di 700 pagine su cui prepararsi. Le direttive sono un po’ ridondanti: “negli articoli pubblicati non è assolutamente permesso riportare alcun commento che vada contro la linea del Partito” o “il Partito guida, i media seguono”. Dovrà trionfare “la visione marxista del giornalismo”. Tutti i media dovranno organizzarsi per tenere appositi “corsi di formazione” per i propri redattori. L’esame, d’ora in poi, andrà ripetuto ogni cinque anni. Insomma, una rieducazione di massa.

Il dipartimento della propaganda, quello che gli internauti chiamano con sarcasmo il ministero della verità, intende anche rafforzare il proprio controllo sulle principali scuole di giornalismo di tutto il Paese portando i propri funzionari a dirigere i programmi dei dieci corsi più importanti. E non è una novità. Dal 2001, la scuola di giornalismo della rinomata università di Fudan a Shanghai è diretta da Song Chao, il vice direttore dell’ufficio di propaganda locale. 

Il 2013 era iniziato con l’incredibile alzata di testa dei giornalisti del più rispettato settimanale della Repubblica popolare, il Nanfang Zhoumo. La redazione si era rifiutata pubblicamente di sottoscrivere l’editoriale riscritto dal capo della propaganda e aveva acceso un inedito dibattito sulla libertà di stampa corredato da manifestazioni di appoggio di fronte ai cancelli del giornale. L’editoriale originale giocava sul meme della nuova leadership di Xi Jinping, il “sogno cinese”, auspicando che comprendesse aperture politiche e rispetto della Costituzione. A fine anno, da bravi europei, possiamo ricordare alla leadership che il “sonno della ragione genera mostri”. 

Il Fatto Quotidiano, 20 Dicembre 2013