L’ambiente sembra davvero avere un prezzo.

Ha un prezzo l’aria, con il Protocollo di Kyoto; ha un prezzo l’acqua – anzi quando è privatizzata, è sempre più cara; ha un prezzo l’ambiente in generale con la cosiddetta “biodiversity offsetting”.

Ma quando davvero sarebbe necessario che lo avesse, come nel campo dei trasporti, esso invece non esiste.

Mi piace trattare questo argomento spinoso proprio ora, in concomitanza con la grande abbuffata delle feste di fine anno, quando gli scaffali dei super ed ipermercati sono stracolmi di prodotti che provengono dai più remoti paesi: salmone affumicato della Norvegia; lychees del Madagascar; datteri della Tunisia; fichi della Turchia… E tutti i commercianti fanno a gara a vendere al prezzo più basso. Ma come sono arrivati questi prodotti qui da noi? Per magia? Chi paga i costi del trasporto?

La verità è che i costi del trasporto si riversano sulla collettività, con un prezzo più o meno elevato a seconda del mezzo di trasporto utilizzato. Ogni mezzo di trasporto ha dei costi ambientali. Certo, il costo ambientale è particolarmente alto nel caso di trasporto su gomma (infrastrutture, congestione, inquinamento), ma lo è pure nel caso di trasporto aereo o marittimo (inquinamento), e non ne va esente neppure la ferrovia (solo che pensiamo alle nuove linee e da dove proviene l’energia elettrica utilizzata per la trazione).

In Italia non esiste una politica che internalizzi i costi esterni, secondo il principio del “chi inquina paga”, e non c’è neanche a livello europeo, anche se il libro bianco sulla politica europea dei trasporti fino al 2010 si esprimeva “a favore di una piena internalizzazione dei costi sociali e ambientali da promuovere mediante una politica dei trasporti sostenibile.” Sarebbe il principio della “verità dei costi”.

È chiaro che se la verità dei costi fosse davvero attuata, i costi esterni si riverserebbero sui prezzi dei prodotti trasportati e quindi sul consumatore finale. Ma ciò indurrebbe appunto il potenziale acquirente ad una valutazione sulla convenienza, visto che il prodotto avrebbe un costo ben più alto di quello che ha al giorno d’oggi. Questo dovrebbe favorire una auspicabile riduzione dei trasporti ed un altrettanto auspicabile rilancio dell’economia locale. Ricordo in proposito una considerazione di un mio amico circa il fatto che le famose (da noi in Piemonte) fragole di Peveragno o di Sommariva Bosco non reggessero la competizione con quelle che arrivavano dalla Spagna per via aerea all’aeroporto di Levaldigi, Cuneo. Certamente, esse costavano già meno all’origine, ma a ciò si aggiungeva il fatto che il costo del trasporto era del tutto irrisorio e tale da far smerciare il prodotto ad un terzo o giù di lì rispetto a quello nostrano.

In teoria l’applicazione della verità dei costi costituirebbe un efficace deterrente per la folle “logica” trasportistica attuale. Se poi, di più, venisse istituito anche l’obbligo di evidenziare sull’etichetta dei prodotti la maggiorazione di costo derivante dai trasporti, questo consentirebbe di aumentare la consapevolezza del consumatore. Magari non avremmo più l’acqua minerale che attraversa la penisola venduta allo stesso prezzo di quella emunta dietro casa. E non avremmo più i lychees in bella vista a soli 4 euro al chilo sugli scintillanti banchi natalizi.