Si chiama “biodiversity offsetting”. In pratica, è la finanziarizzazione della natura. Tu arrechi un danno irreversibile all’ambiente naturale? Non fa nulla. Puoi contribuire a migliorare un altro ambiente naturale dall’altra parte del globo. Non esattamente ma un po’ come succede con il protocollo di Kyoto, in base al quale tu che continui a inquinare puoi comprare dei crediti dalle nazioni che inquinano di meno. Per un aderente all’ecologia profonda come sono io la finanziarizzazione della natura è causa sicura di orticaria.

Ma mi tolgo le vesti dell’ambientalista e indosso quelle dell’uomo della strada. Sbaglio o questa operazione puzza tanto di questo: dare un prezzo a qualsivoglia bene naturale che esiste al mondo? Da una antica foresta a una zona umida, da un fiume a una costa intatta? Sembra proprio di sì. Tutto avrà un prezzo, talvolta anche molto alto, ma un prezzo. Niente avrà un valore. La terra diventerà un immenso supermercato in cui alcuni beni avranno il prezzo del caviale o dello champagne, altri delle patatine e della Coca Cola. Sembra pazzesco, ma è già realtà. Alcuni esempi.

Negli Usa esiste sin dagli anni ’70 un sistema di banca delle zone umide nel quale i costruttori compensano in questo modo la trasformazione di alcune aree con danni permanenti. E’ il wetland banking per un mercato valutato del valore di 3 miliardi di dollari l’anno. L’Australia ha adottato un sistema di crediti e di banche dell’habitat nel 2006. Noto come BioBanking, fornisce finanziamenti per il ripristino di siti, a compensazione di danni in altre aree. In Gran Bretagna esiste un sistema gestito da un privato, Environment Bank Ltd, che consente a chi effettua le trasformazioni dannose di acquistare quote di un progetto da cento milioni di sterline per aree di tutela attorno al Tamigi.

È già realtà e funziona talmente bene (per i costruttori, si intende) che a livello di Comunità Europea si sta già pensando di introdurre una normativa a hoc e la Banca Mondiale e la Bei stanno cercando di includere l’offsetting della biodiversità nei propri standard e nella pratica, permettendo una diffusione dell’offsetting per “compensare” il danno permanente causato dalle grandi infrastrutture che finanziano. A questo punto, mi sa che la vecchia e già spesso inutile Via – Valutazione di Impatto Ambientale – (diciamo la verità, ha un senso la Via quando è prodotta proprio da colui che propone l’opera?) andrà in pensione. Tutto sarà fattibile, non esisterà più l’opzione zero. Per cercare di contrastare la finanziarizzazione della natura il 25 e 26 ottobre scorsi si sono radunate a Bruxelles oltre trenta organizzazioni (ma le grandi associazioni ambientaliste dov’erano?) provenienti da tutto il mondo con lo scopo di analizzare e smascherare le manovre dei mercati finanziari ai danni dell’ambiente e dell’uomo.

Il manifesto-appello è già stato sottoscritto da numerose organizzazioni contrarie a qualsiasi tentativo di dare valenza giuridica a questa pratica. Il prossimo passaggio sarà già il 21 novembre prossimo a Edimburgo quando verrà costituito il Forum on Natural Commons, negli stessi giorni e nella stessa città in cui si riuniranno le Nazioni Unite, i governi e le istituzioni finanziarie nel primo Forum Mondiale sul Capitale Naturale, per pianificare il modo di “assegnare un prezzo alla natura” e favorirne la mercificazione. Il motto del Forum è “Nature is not for sale” “La natura non è in vendita”. Com’è che cantavano Marco Paolini e i Mercanti di Liquori?