Dopo il sindaco di Isola Capo Rizzuto, Carolina Girasole, cade un altro simbolo dell’antimafia calabrese. I carabinieri di Reggio Calabria hanno arrestato Rosy Canale, fondatrice del movimento “Donne di San Luca”, scrittrice di libri sulla ‘ndrangheta e vittima delle cosche mafiose della Locride. Truffa e peculato sono le accuse che i magistrati di Reggio Calabria contestano alla Canale che, con il suo movimento e la fondazione “Enel Cuore”, aveva ottenuto l’affidamento di uno stabile confiscato alla cosca Pelle di San Luca e un finanziamento di 160mila euro per allestire la sede dell’associazione antimafia. Quel denaro, in realtà, solo in minima parte è stato utilizzato per inaugurare la struttura che non ha mai funzionato. Piuttosto che compare gli arredamenti e avviare il movimento, Rosy Canale avrebbe intascato i soldi elargiti dalla prefettura e dalla presidenza del Consiglio Regionale della Calabria. Soldi pubblici che sono stati utilizzati per motivi privati. 

Tra le spese della donna, infatti, i carabinieri hanno scoperto che ci sono anche una Smart e una Fiat 500 utilizzate “esclusivamente per motivi personali”. E così è stato anche per i 40mila euro che la prefettura le aveva assegnato per il progetto “Le Botteghe artigianali”, che doveva servire a promuovere l’attività manifatturiera del sapone. Piuttosto che valorizzare e finanziare l’impegno delle donne di San Luca che avevano aderito al movimento, Rosy Canale acquistava direttamente il sapone da rivendere con il logo della sua associazione. “Ciò che ancora più sconforta è che l’indagine lasci a chi ne esamina le risultanze la rappresentazione concreta della circostanza che la cosiddetta antimafia sia vista (e non si vogliono certo evocare in questa sede risalenti polemiche sul punto) da personaggi spregiudicati, come occasione di arricchimento personale – scrive il gip Domenico Santoro, nell’ordinanza di custodia cautelare -. Alcuna valutazione etica compete al decidente ma fa certo riflettere che persone che si presentano come paladini della giustizia o, ancora peggio, come chi intende dare voce alla flebile speranza di rinascita della parte sana (che, certamente, è quella predominante) di paesi come San Luca, offuscati, pur a fronte di una storia gloriosa, dalle gesta criminali della ‘ndrangheta, proprio tale attività finiscano con l’utilizzare scientemente per malversazioni di denaro pubblico e vere e proprie attività fraudolente. Non controllare simili ambiti del sociale è forse peggio che rimanere scarsamente attivi nel contrasto alla criminalità mafiosa”.Assieme all’esponente dell’antimafia calabrese, è stato arrestato l’ex sindaco Sebastiano Giorgi, che ha guidato il Comune di San Luca fino a giugno quando il governo ha disposto lo scioglimento dell’amministrazione per infiltrazioni mafiose (guarda).

Sarebbe stato eletto con i voti della ‘ndrangheta e avrebbe favorito le cosche. Alle ditte mafiose, infatti, Giorgi avrebbe assegnato gli appalti per la metanizzazione del territorio e tutta una serie di lavori pubblici che dovevano essere eseguiti con urgenza. Anche lui, pochi giorni dopo lo scioglimento del Comune, aveva dichiarato di essere contro la mafia e aveva contestato la decisione del governo di inviare i commissari prefetizzi a San Luca. Con l’operazione “Inganno”, quindi, si pone un problema “antimafia” che, in Calabria, è diventato quasi un business gestito da associazione più attente alla partita iva che al reale contrasto alla ‘ndrangheta.

Ne è convinto il procuratore aggiunto di Reggio Nicola Gratteri che, nel corso della conferenza stampa, h dichiarato: “Da tanti anni dico di stare attenti a chi si erge a paladino dell’antimafia senza avere alle spalle una storia. Non è tollerabile perché c’è gente che è morta per la lotta alla mafia. C’è gente che lucra con l’antimafia e che ci fa un mestiere. Noi dobbiamo essere vigili a queste condotte non sono solo illecite dal punto di vista penale ma anche eticamente riprovevoli. E’ una cosa bruttissima parlare di lotta alla mafia, andare a San Luca, incontrare decine di donne, magari reduci da lutti e delusioni di mille politici che a turno sono andati a promettergli la luna, fare la stessa cosa. E poi troviamo che si comprano le auto. Sono cose inaccettabili. Bisogna essere seri. Non c’è né se e né ma: bisogna essere intransigenti e non accettare nessun accomodamento. I giornalisti devono essere feroci, stanare con gli articoli queste campagne antimafia e stare attenti ad elogiarle. Se uno vuole fare antimafia non ha bisogno di sovvenzioni pubbliche”. “C’è un problema antimafia in Calabria” ha ribadito il procuratore capo Federico Cafiero De Raho secondo cui si tratta di “un problema viene di volta in volta riconosciuto e individuato. Non vorrei, però, che da questa situazione se ne tragga un insegnamento contrario: l’antimafia c’è, esiste ed è impersonificata da tantissime persone che si dedicano con tutta la propria dedizione e il loro impegno. Avere individuato una persona che si era mossa per un tornaconto personale, non deve gettare discredito su tutti coloro che si impegnano quotidianamente e rischiando in modo serio pur di dare il massimo loro contributo al miglioramento di questa terra”.

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