San Luca è un borgo antico, un pugno di case bianche arroccate tra i monti della Locride. Era il paese di Corrado Alvaro, il poeta che scriveva: “La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che essere onesti sia inutile”. Ma è anche la roccaforte della ‘ndrangheta, della faida tra i Nirta-Strangio e i Pelle-Vottari, quella della strage di Duisburg, Germania, del 15 agosto 2007. Sei uomini uccisi nell’ultimo atto di una guerra tra ‘ndrine, cominciata nel 1991. La mente dell’agguato è Giovanni Strangio: voleva vendicare la cugina Maria, moglie del boss Gianluca Nirta, uccisa la notte di Natale del 2006.

Le immagini di quei corpi crivellati fanno il giro del mondo e rimbalzano anche dal televisore di una donna che ha conosciuto la ‘ndrangheta da vicino. Si chiama Rosy Canale e nel 2004 è stata ridotta in fin di vita per non essersi piegata ai clan di Reggio Calabria, che volevano fare del suo locale il quartier generale dello spaccio di cocaina. Si sta riprendendo dopo una lunga convalescenza e vorrebbe abbandonare quella terra amata e allo stesso tempo matrigna. Il massacro le fa cambiare idea. Decide di andare a San Luca, perché “se un seme riesce a germogliare nella roccia, allora può farlo ovunque”. Si trasferisce lì e, grazie alla vincita di un bando, comincia un corso di disegno per i bambini. Poi apre una ludoteca all’interno di un bene confiscato, un laboratorio di ricamo e una piccola fabbrica di saponi in cui impiegare le donne del posto, quasi tutte disoccupate. Il 27 gennaio 2008 nasce il Movimento Donne di San Luca.

Oggi Rosy racconta la sua esperienza in un libro, scritto a quattro mani con la giornalista Emanuela Zuccalà (scarica alcune pagine del volume). Presentato anche a Milano l’11 novembre durante il Festival dei Beni confiscati alle mafie, si intitola La mia ‘ndrangheta” (Ed. Paoline, 19,90€) e racconta la storia di questa donna coraggiosa, senza dimenticare il resoconto della faida di San Luca. “E’ stato un lavoro lungo – racconta Zuccalà – io e Rosy abbiamo unito lo sguardo personale a quello più distaccato della giornalista che vuole raccontare, con il massimo rispetto, i fatti e le donne di San Luca”. Tra queste spicca Teresa Strangio, madre di Francesco Giorgi e sorella di Sebastiano Strangio, uccisi a Duisburg. “Si è presentata al funerale dei suoi cari vestita di bianco, ha perdonato gli assassini e poco dopo la strage ha celebrato il matrimonio della figlia. Teresa sfugge a qualunque classificazione, non ha molta cultura, ma è una vera rivoluzionaria. E’ l’alter ego di Rosy”, dice Emanuela.

A San Luca non c’è donna che non abbia avuto a che fare con la ‘ndrangheta. Qualcuna ha perso il padre o il marito, qualcun’altra il figlio o il fratello. Anche chi non ha vittime in famiglia, ha vissuto consapevolmente in condizioni modeste per non essersi mai immischiata “con i sequestri o con la farina (la cocaina, ndr). “Il movimento – racconta Emanuela – ha scoperto talenti straordinari, a lungo rimasti inespressi”. L’iniziativa di Rosy ha riacceso la speranza, ma ora ci sono molte difficoltà, mancano i fondi e il sostegno delle Istituzioni, locali e nazionali. “’La mia ‘ndrangheta’ vuole riabilitare San Luca dalla demonizzazione mediatica. La Calabria non è solo una terra maledetta, ma un terreno fertile in cui possono nascere nuove idee – spiega la giornalista – Abbiamo voluto trasmettere una immagine coerente della ‘ndrangheta. Per qualcuno è ancora un’organizzazione criminale di pastori, ma in realtà è una rete potentissima con una testa e molte braccia, anche all’estero. I boss viaggiano e usano la tecnologia. Anche le donne ora hanno ruoli più attivi”. Nel luglio 2011, durante il processo Fehida, la Corte d’Assise di Locri ha condannato all’ergastolo per la strage di Duisburg Giovanni Strangio, Gianluca Nirta, Giuseppe e Francesco Nirta, Sebastiano Romeo, Francesco Pelle, Francesco e Sebastiano Vottari. Ci sono state anche tre condanne minori e tre assoluzioni. “Il nostro libro – precisa Emanuela – non assolve e non condanna, è una storia, vera, che vuole lanciare un messaggio di speranza, al di là di tutti gli stereotipi”.