E’ incredibile il talento di Beppe Grillo nel farsi male da solo. Sul palco del terzo Vaffa Day era parso (per quanto può) più propositivo che distruttivo. Neanche una settimana dopo, torna quel suo agire perennemente bipolare: un giorno una mossa vincente e quello dopo un autogol titanico.
A che serve, politicamente, il post di Beppe Grillo contro la giornalista de L’Unità? A nulla, se non a generare due effetti particolarmente nefasti per il Movimento 5 Stelle. Il primo è che quasi tutti i giornalisti, a partire da coloro che hanno colpe gigantesche sullo svilimento della categoria, potranno recitare comicamente la parte dei martiri. E’ pure partita la recita furbina della ‘solidarietà’ alla povera cronista attaccata (peccato che quella stessa ‘solidarietà’, quando questo giornale viene attaccato da Napolitano, non ci sia. Evidentemente dare contro a Grillo è un collante più efficace, e soprattutto più redditizio che mettere in discussione Re Giorgio).

 Il secondo è che l’attacco frontale a Maria Novella Oppo de L’Unità ecciterà la parte insultante dell’elettorato grillino. Una parte largamente minoritaria, come testimoniava la piazza del V-Day 3 (fatta più da “dialoganti” che da “talebani”), ma che in Rete è assai attiva. Esporre alla gogna i giornalisti, con tanto di foto segnaletica, è tanto volgare quanto politicamente suicida. Alimenta le accuse di fascismo, di squadrismo. Riverberba l’incubo delle liste di proscrizione, che con il M5S non c’entrano nulla, ma che Grillo e Casaleggio in qualche modo fanno ricordare attraverso post inquietanti.

Non c’è nulla di nuovo nel rapporto conflittuale tra Grillo e giornalisti. E’ stato parte del suo successo, soprattutto all’inizio: serviva a sottolineare la differenza tra “noi” e “loro”. Stampa e tivù hanno colpe enormi. Gli stessi articoli della Oppo erano pieni di falsità: “Ogni giorno una pagliacciata dei grillini […] fanno casino […] dimostrano di non saper fare e di non aver fatto niente per il popolo italiano […] sono succubi di Berlusconi”. Asserire il non vero per supportare Cuperlo, o dileggiare l’avversario per rivalutare D’Alema, è cosa diversa dall’esercitare il diritto di critica. La ‘solidarietà’ la esprimo a Lirio Abbate, alla Oppo proprio no. Non ci penso neanche: solidarietà di che? Oltretuttto, i maestri di democrazia che difendono la ‘martire Oppo’, se osi fare distinguo ti definiscono sobriamente ‘servo’ e ‘merda’: la democrazia al tempo delle larghe intese.

In un emblematico fuori onda, l’inviato nonché (bravo) autore di Piazzapulita Alessandro Sortino ha candidamente ammesso una settimana fa che, in tivù, il politico potente non è quasi mai messo sotto torchio. Altrimenti, poi, non torna. Bisogna trattarlo bene. Stava parlando con alcuni attivisti 5 stelle. Parlava di Matteo Renzi, che infatti suole farsi intervistare in collegamento dal suo studio e possibilmente senza interlocutori a parte il conduttore, ma vale per quasi tutti. Con Grillo e parlamentari 5 Stelle, al contrario, si usa il napalm. Come ha detto Fiorella Mannoia, c’è “questa caccia insopportabile al grillino mezzo scemo”: sulla parlamentare che crede alle sirene si sprecano pagine, su Boccia e Violante che difendono Berlusconi si preferisce glissare. Due pesi e due misure, prassi deontologicamente orrenda di cui peraltro L’Unità (o quel che ne resta) è maestra.

Ciò, però, non giustifica il post di Grillo. Giustifica casomai la frustrazione di militanti e parlamentari, che continuano a essere trattati da reietti come se passassero la vita a discutere di scie chimiche oppure occupare i tetti. Non però coloro che sono i leader di un Movimento che aveva il 25% a febbraio e che è ancora sopra il 20%: un capo – o “megafono” che sia – non può permettersi di esporre al pubblico ludibrio un giornalista, innescando insulti che in Rete ci sono ovunque (ovunque: grillini, renziani, berlusconiani, persino civatiani) ma che se “incentivati” da un leader politico diventano oltremodo gravi.

Grillo non accetta le critiche, ed è un problema suo; così facendo, oltre a fare pubblicità ad articoli che nessuno si sarebbe filato, continua però a mettere in difficoltà deputati e senatori che stanno crescendo. E questo diventa un problema di molti, se non di tutti. I suoi attacchi ai giornalisti sono ciclici. Chiamò Formigli “Vermigli”, fece definire questo giornale “falso amico” dal primo Farinaccino che gli passava davanti e riuscì persino a far passare un Pigi Battista qualsiasi per una sorta di Politkovskaja nostrano (poveri noi). Più attacca i suoi detrattori, più li eleva a martiri. Più si circonda di cattivi consiglieri rissosi, politicamente arguti come tanti Renzo Bossi duropuristi, più depotenzia un Movimento che non esisterebbe senza di lui.

La malainformazione è un problema enorme e le carognate che riceve M5S ne sono ulteriore prova. Non è però pubblicando gli identikit delle “nemiche” Oppo che si risolve il problema. Tutti i politici sono vendicativi, ma di solito si “limitano” a negarti le interviste. La colonna infame è irricevibile, nonché un boomerang: se qualcuno facesse lo stesso con un ritratto di Casaleggio, infierendo sui boccoli da Yoko Ono folgorato sulla via di Cocciante, non basterebbe tutta Nonciclopedia.

Dario Fo, con consueta lucidità, ha riassunto la vicenda: “I toni di Beppe sono inaccettabili, ma i giornalisti la smettano di sputtanare”. Sintesi perfetta. Grillo vuole bene al Movimento e ai suoi parlamentari. Proprio per questo, e al più presto, deve individuare e disinnescare il mandante di tutte le cazzate che fa.