E’ stata una settimana calda, su questo non ci piove. Berlusconi è decaduto e – stiamo per un attimo ai fatti- da ora è privo dello scudo parlamentare. Venerdì sera i tre candidati del Pd si sono sfidati a duello nella battaglia per la segreteria. E, per finire la settimana, Grillo e Casaleggio ieri in un altro Vaffa day hanno rifatto il punto di quello che il Movimento ha fatto e di quello che vorrà fare.
 
Questi giorni hanno avuto sembianze dinamiche; dopo mesi di litanie mortifere da larghe intese e di prefiche ululanti nel nome del rigore e della stabilità, ci è sembrato di poter respirare un’aria meno stantia; un lieve aumento della mia temperatura interna ha arrestato l’imminente trasformazione in anfibio, riportandomi allo status di mammifero. Il mammifero che è in me, ebbene sì, ha gradito il confronto Cuperlo-Renzi-Civati
Mi rendo conto che ormai sia quasi eticamente scorretto avere degli sprazzi di buonumore politico, eppure, faccio outing, venerdì sera, sentendoli confrontarsi, sorridevo. 
 
Sarà stata un’impressione, ma in quel terno umano così poco compromesso dalle precedenti fallimentari esperienze del partito (lo stesso Cuperlo, per quanto più d’età e con una storia più definita, sembra avere un’onestà intellettuale ormai sconosciuta alla classe dirigente democratica) mi è sembrato d’intuire un vero inizio di rottamazione (aldilà del senso renziano del termine) del vuoto pneumatico in giacca e cravatta post Pci.
“Spero di prendere i voti di tutte quelle persone che pensano che un partito della sinistra non sia soltanto un decalogo di cose da fare ma sia una cultura politica, un’identità, un senso della storia”, è la frase di Cuperlo che più colpisce e l’ingrediente che prenderei da lui per la ricetta di un nuovo Pd.
 
Civati è sicuramente il più chiaro nei contenuti, decisamente il più schierato a sinistra e colpisce con la frase “Noi gli amici degli amici ce li abbiamo solo su Facebook”, affondando il tanto diffuso sistema dei favoritismi all’italiana (vedi alla voce Cancellieri) e contemporaneamente mettendo l’accento sull’essere figlio del suo tempo.
 
Chi più ci preoccupa ma al contempo ci fa sperare, nonostante le infinite perplessità già espresse sul soggetto, è il sindaco nonché quasi certamente futuro segretario del partito Matteo Renzi. Siamo contenti sì che sappia quanto costa un panino con la salsiccia alla Festa dell’Unità, ma quello che c’interessa davvero è quando dice “Il governo siamo noi, il Pd, non il governo Letta”. Senza minacciare il governo in maniera diretta durante il confronto, Renzi alza i toni ieri in un’intervista a Repubblica nella quale ribadisce ad Alfano che lui ed i suoi quattro gatti del Nuovo Centro Destra contano come il due di picche quando regna denari nell’equilibrio parlamentare e che la possibilità che l’assetto parlamentare possa cambiare radicalmente, qualora il Pd cominci a rivendicare l’autorità che gli spetta, è una possibilità reale. 
 
Mi piace poter pensare che dalle maniche delle sue giacchette di pelle, Renzi, dopo l’8 Dicembre, possa estrarre assi che quasi non osiamo sperare: che abbia il coraggio di rinunciare ad un rimpasto sedativo, che rottami i suoi stessi patetici sostenitori della vecchia leva, che alzi i toni su questioni che costringano al conflitto con gli intenditori alfaniani e che sia disposto a lasciare- invece di farglielo minacciare e basta come fa da mesi- che il Presidente Napolitano si dimetta.
 
Che non possa a quel punto finalmente ripresentarsi, magari con una presenza nuova e condivisa sul Colle,  l’occasione di quella famosa apertura a sinistra, verso la realtà a cinque stelle, che ci siamo giocati ad Aprile?