L’ex quartier generale del Partito comunista della capitale polacca oggi ospita un negozio di Ferrari ed uno di Montblanc, dal 1991 al 2000, durante il primo decennio post-comunista, fungeva da sede della Borsa di Varsavia. Ecco un’immagine che ben descrive il successo economico polacco dalla caduta del muro di Berlino fino ai giorni nostri. Per una serie di motivi, che andremo qui di seguito ad analizzare, l’economia polacca si è mossa lungo un sentiero anticiclico rispetto a quello dell’Unione Europa, di cui fa parte dal 2004, e questo ha reso possibile l’attuarsi di un piccolo boom economico.

Nel 2009, quando il prodotto interno lordo dell’Ue si e contratto dell’4,5 per cento, l’economia polacca è stata l’unica a crescere dell’1,6 per cento. Oggi, le dimensioni dell’economia comunitaria sono ancora minori di quelle di cui godeva nel 2008 (e di certo le perdite subite non verranno recuperate nel 2013). Ebbene, durante questi anni di contrazione in Europa, l’economia polacca è cresciuta complessivamente del 16 per cento. La crisi in Polonia, insomma, non c’è stata.

Il miracolo economico polacco è in parte legato allo sfasamento temporale dei flussi di capitale: la Polonia ha avuto la fortuna di entrare nell’Unione Europea alla vigilia della crisi del credito. In altre parole, l’economia non ha fatto in tempo ad indebitarsi come è avvenuto nelle altre nazioni. Ma questo è un destino che altri ex paesi dell’est europeo condividono, eppure nessuno gode di una crescita economica simile perché nessuno ha affrontato con la stessa determinazione la transizione verso un’economia di mercato aperto.

Dal 1989 al 2007 l’economia polacca è crescita del 177 per cento, e cioè ad un tasso superiore a quello di tutti gli altri paesi del centro ed est europeo, grazie a politiche economiche aggressive ed espansive.    

I calmieri su pressi sono stati aboliti, i salari statali controllati, il commercio liberalizzato e lo Zloty, la moneta nazionale, è stato convertito sul mercato dei cambi. Queste politiche hanno gonfiato le file dei disoccupati (la disoccupazione rimane alta al 10,3 per cento, ma a livelli di gran lunga inferiore a quelli della Periferia di eurolanida) ma hanno anche liberato l’economia da decenni di cattiva gestione. Nel 2004, quando la Polonia è entrata nell’Ue, era già in grado di competere con le economie più avanzate.

Mentre i paesi della periferia di Eurolandia perdevano competitività la Polonia l’acquistava grazie alla decisione di rimanere fuori dell’euro. Da settembre 2008 a febbraio 2009 lo Zloty ha perso un terzo del valore rispetto all’Euro, prima di stabilizzarsi, alla fine di quell’anno, a circa il 70 per cento del suo valore massimo. Ciò ha dato una grande spinta alla competitività del Made in Poland. Ed infatti mentre in euro il valore delle esportazioni polacche dal 2008 al 2009 è sceso del 15,5 per cento, in Zloty è salito del 4,4 per cento.

La svalutazione dello Zloty ha reso le importazioni più costose e spinto le imprese nazionali a concentrarsi sulla qualità e non sulla quantità delle esportazioni. Il mercato di sbocco principale è la vicina Germania, che assorbe il 25 per cento del fatturato polacco. Ed è grazie a questa domanda che nel 2014 il Pil polacco dovrebbe crescere del 2,5 per cento.

Ma non basta, la Polonia non ha dovuto sottomettersi alle politiche di austerità imposte alla Periferia, al contrario ha perseguito politiche espansive, ad esempio la riduzione delle aliquote fiscali dal 40 al 32 per cento proprio quando la crisi si abbatteva sul eurolandia.

Paradossalmente, poi, grazie alle dimensioni e prossimità dell’economia polacca alla Germania, la più grande economia europea, la Polonia riceverà dal 2014 in poi 105,9 miliardi di euro dall’Ue, trasformandola nella più grande beneficiaria in assoluto.

Una favola a lieto fine? E’ quello che molti polacchi pensano. A scriverla, secondo loro, è stata una classe dirigente che invece di fare gli interessi della casta ha fatto quelli del paese.