Abdul, 13 anni, è stato rapito e ucciso in Mozambico: i genitori s’erano rivolti alla polizia, che, invece di agire, l’ha subito fatto sapere ai sequestratori. La notizia, come molte altre simili che arrivano da quel Paese, e più in generale dall’Africa australe, mi sarebbe scivolata addosso: chi mai s’interessa del Mozambico, se non c’è l’Eni di mezzo, solo perché laggiù s’è riaccesa la guerra e ci s’ammazza ogni giorno, o perché una cinquantina di persone sono state ferite negli scontri scoppiati a un meeting dell’opposizione a Beira, nel centro del Paese, o perché fra qualche giorno ci saranno elezioni locali.

Poi, una sera, a cena con amici, tutti a parlare della campagna di Renzi, o della risata di Vendola, o delle telefonate della Cancellieri, scopri l’angoscia di due di loro perché i nipotini vivono laggiù, con i genitori impegnati in missione umanitaria. E improvvisamente quel ragazzino di 13 anni, Abdul Raxid, rapito e ucciso a Beira –sempre lì- diventa quasi una storia di famiglia: la sua come quella degli altri bambini e adulti sequestrati, qualche occidentale, molti uomini d’affari esponenti della comunità musulmana.

Per ottenere la liberazione di Abdul, la famiglia aveva venduto e ipotecato tutti i suoi beni e aveva così raccolto un milione di meticais, l’equivalente di 30mila dollari, dopo che i rapitori erano partiti da una richiesta di 30 milioni. Trovato l’accordo con la gang, i genitori dissero alla polizia che stava per consegnare il riscatto. Passano pochi minuti e arriva una telefonata dei sequestratori: avevano saputo della telefonata e avrebbero ucciso Abdul. Dopo 48 ore, il corpo del ragazzino è stato trovato a Dondo, lì vicino.

Non è un caso isolato di connivenza tra agenti e criminali. E non accade certo solo in Mozambico. Ad andare a scorrere le cronache locali, si scopre che bancari forniscono informazioni ai rapitori, per aiutarli a scovare i bersagli migliori; che ci sono anche10 rapimenti la settimana –denunciati- e che il capo della polizia di Maputo è stato recentemente sostituito nel pieno dell’ondata di sequestri. Giorni fa, due agenti e una guardia d’élite del presidente sono stati condannati per avere rapito, tra il 2011 e il 2012, sei persone.

L’emergenza sequestri è talmente forte che imprese private subodorano il buon affare: americani e francesi si sono offerti di aiutare la polizia a combattere i delitti. Quando i rapiti sono occidentali, un po’ se ne parla, come nel caso di due portoghesi che sono riusciti a sottrarsi ai loro sequestratori a Matola, città satellite della capitale Maputo; se sono mozambicani, non ci interessa proprio.

Eppure, in quel Paese abbiamo, dovremmo avere, una responsabilità speciale, a parte gli interessi dell’Eni. La guerra civile, che, tra il 1977 e il ’92, fece circa un milione di morti, si chiuse anche grazie alla diplomazia italiana e, soprattutto, della Comunità di Sant’Egidio. Ora, le vittime sono relativamente poche, ma l’insicurezza nel Paese è crescente. E l’Italia s’è, fin qui limitata, almeno pubblicamente, a chiedere che cessino le azioni militari.

A fine ottobre, decine di migliaia di mozambicani hanno partecipato in varie località a una marcia per la pace nazionale. Vent’anni e più dopo la fine della guerra civile, tornano a combattersi le sigle mai sparite della decolonizzazione: il governo, controllato dal Frelimo, riprende l’offensiva contro la Renamo, che rivendica una condivisione dei guadagni derivanti dalle ricchezze minerarie, denuncia irruzioni militari nelle sue basi e minaccia di stracciare l’accordo di pace.

Ai tavoli della diplomazia internazionale, il Mozambico cerca di convincere i suoi interlocutori che non sta acquistando armi –magari, gli stessi che, sotto banco, gliele stanno vendendo-, per evitare l’interruzione degli aiuti, mentre sequestri e scontri frenano il turismo, proprio durante la stagione delle vacanze australe.

Mondi lontani, storie lontane: Abdul è stato ucciso, altri bimbi sono tornati a casa perché i genitori hanno pagato (e non hanno avvertito la polizia); e Frelimo e Renamo tornano a combattersi… Noi, fin quando un amico in ansia non ce lo racconta, viviamo senza manco il disagio di saperlo: la crisi, Renzi, Vendola, la Cancellieri, i media hanno ben altro da scrivere.