Dopo quattro anni di silenzio, esce in anteprima mondiale per Adelphi il nuovo romanzo di Milan Kundera, La festa dell’insignificanza (traduzione di Massimo Rizzante), che non è un romanzo. Costruito come una pièce teatrale, non è una pièce. Come non è un saggio e neanche un divertissement, perché ha un sapore finale, terribile, che non si lascia tanto catalogare. Ma il fascino (estremo) di questo libro sta proprio qui: si ha la sensazione di avere davanti un gioco quasi perverso, architettato da un Kundera un po’ stanco dei suoi lettori – o meglio, della società in cui vivono i suoi lettori – ma non stanco di provocarli.

Un Kundera che ha ancora qualcosa di forte da dire e decide di farlo mettendo in scena tutti i suoi temi in una “beffa omnia” che, per come gira il mondo, forse ha più senso di un’opera omnia. Insomma, sembra l’amaro bilancio di uno dei più grandi scrittori viventi che si rende conto di non avere più interlocutori adeguati. Diventa inevitabile arrivare all’ultima pagina e provare una grande malinconia, magari proprio per questa inadeguatezza nostra.

Quando, con la sua solita intelligenza (“quella capacità aritmicamente misurabile che si distingue nei diversi individui solo dal punto di vista quantitativo”), Kundera dice “i morti invecchiano”, soluzione finale del grande discorso sull’Immortalità, ci parla ormai da lontano. Non c’è più una Bettina che cerca di rubare l’immortalità a Beethoven o a Goethe, perché oggi nemmeno l’immortalità ha senso, tutto si perde in generazioni senza memoria.

Lo scarto dal suo primo romanzo, Lo scherzo, è altrettanto vertiginoso: se l’umorismo non era concesso in un regime totalitario, lo è ancora meno adesso. L’era dell’ombelico scoperto è persino più severa nel conformismo, siamo arrivati al “crepuscolo delle beffe”, viviamo nell’“epoca postbeffarda”. “Tutti gli ombelichi sono uguali” e questa moda che segna il millennio è una divisa ancora più asfissiante, “un appello alle ripetizioni” che annienta qualunque erotismo (e umorismo). E così finisce anche la sensualità di uno degli autori che l’ha raccontata meglio (a patto che coincidesse con l’individuo, almeno). Persino il comunismo merita un epilogo dada, in un orinatoio alla Duchamp. Ma siamo anni luce dal famoso ragionamento sulla merda e sul kitsch dell’Insostenibile leggerezza dell’essere , i tempi sono troppo cambiati e Kundera lo sa: ora può solo stupirci tirando fuori la “tenerezza” di Stalin, che intesta una città a un uomo che si piscia addosso, “in ricordo di una sofferenza che ogni essere umano ha conosciuto” (“Soffrire per non sporcarsi le mutande. Esiste forse un eroismo più prosaico e più umano?”). Certo, è sempre il Kundera che diceva “Penso dunque sono è la frase dell’intellettuale che sottovaluta il mal di denti”. Ma c’è una differenza, se prima era “tanta la gente, pochi i pensieri” e il fondamento dell’io non era il pensiero ma la sofferenza, ora non c’è neanche quella. Resta solo l’insignificanza: il più nullificante riso, con conseguente oblio. E tutto un valzer intorno, che suona davvero un addio. Forse al sogno di cambiare il mondo, almeno con le parole. “Da tempo abbiamo capito che non era più possibile rivoluzionare questo mondo… Non c’era che un solo modo possibile per resistere: non prenderlo sul serio”. E la resistenza di Kundera è potente proprio perché coincide con una resa: “l’insignificanza, bisogna imparare ad amarla”.

il Fatto Quotidiano, 9 Novembre 2013