Sandro Bondi, il fedelissimo dei fedelissimi, il poeta che dedicò al suo Silvio questi versi “Vita assaporata/ Vita preceduta/ Vita inseguita /Vita amata /Vita vitale/ Vita ritrovata/ Vita splendente/ Vita disvelata/ Vita nova”, eterna ancella delle corti arcoriane canta in un’intervista al Foglio l’inno funebre ai decenni di politica spesi sotto l’egida del popolo a cui dare la libertà o all’Italia a cui dare la forza. “Siamo una palla da prendere a calci, siamo il nulla, il vuoto, il niente”, “Dietro Berlusconi non c’era niente”, “In questi anni non abbiamo costruito nulla di umanamente e politicamente solido o autentico. Finisce male”. Solo alcune queste delle lapidarie somme che l’ex ministro della cultura tira parlando di quel che resta del giorno berlusconiano. Ferito dalla condotta dei suoi colleghi di partito, amareggiato dalla vigliacchieria di chi al grido di si salvi chi può si appresta ad abbandonare la nave, dal carro del Dio Apollo ormai prossimo allo schianto Sandro lancia quei sassi che insidiano le sue scarpe ormai lise.

“Li ha scelti lui questi uomini, li ha scelti e promossi Berlusconi. Sono il suo fallimento… Sono pronti ad accettare con una scrollata di spalle la decadenza dell’uomo cui devono tutto. Cosa sarebbero senza di lui? Forse nemmeno consiglieri comunali”, lamenta Bondi, ed ha ragione; ma poi aggiunge: “A sinistra c’è Matteo Renzi, noi cosa abbiamo prodotto? Un movimentismo doroteo che cerca il potere per il potere”. Ed è qui che il coordinatore di Forza Italia s’inganna. S’inganna nel non riconoscere nell’evasivo pragmatismo del sindaco fiorentino, nel suo incontestabile talento comunicativo, nell’istrionismo con cui la fa da padrone durante qualsiasi apparizione pubblica, l’ars incantatoria che Renzi ha pedissequamente e furbescamente appreso da decenni di performance berlusconiane.

Si badi bene, Renzi nei fatti non ha ancora avuto tempo e modo di mostrare la sua nobilitate e non ci è dato sapere in che maniera uscirà dal ginepraio democratico; saremmo ben lieti di avere, casualità vuole proprio nel mese di Natale, il verificarsi di una nuova Annunciazione: la nascita di un nuovo leader della sinistra da mettere tra il bue e l’asinello a coronare il nostro monco presepe politico. Fino ad allora, però, l’unica certezza che abbiamo è che l’atout di Renzi, l’asso nella manica che lo ha reso vincente in partenza rispetto ai suoi competitori interni, è la capacità di vendere parole e di non apparire mai inadeguato. Renzi, più di chiunque altro, non a caso figlio di una generazione cresciuta a pane e Berlusconi, è colui che più di tutti ha introiettato la lezione del Cavaliere: non importa cosa si farà, importa come lo si proporrà. Quello che conta è essere persuasivi, rassicuranti, inglobanti, mai esclusivi e vagamente vaghi; bisogna essere vincenti, mai goffi, spiritosi e operativi. Renzi paradossalmente sarebbe stato il delfino perfetto dell’apparire berlusconiano, eppure, ironia della sorte, il punto di forza è passato al nemico. E dunque caro Bondi, è vero che dietro Berlusconi non c’era niente, ma c’è chi di questo niente è riuscito a farne una strategia elettorale. E una volta eletto chissà che non riesca pure a riempirlo.