Doveva essere un segnale netto per lasciare una traccia indelebile nella storia antimafia dell’isola. La Sicilia ripudia la mafia: una frase chiara e univoca, che il governatore Rosario Crocetta aveva promesso di inserire nello Statuto siciliano. Sembrava una proposta semplice e indolore, un simbolo nell’isola associata più di ogni altro luogo a Cosa nostra, che avrebbe unito sotto le bandiere antimafiose tutte le forze politiche di Palazzo dei Normanni. Al contrario, l’intento del governatore si è trasformato in un boomerang per il suo governo e per l’intero parlamento dell’isola, che ha visto gli ultimi due presidenti condannati o imputati per reati di tipo mafioso.

A nove mesi dalla proposta di Crocetta, il risultato è che parlamentari e partiti si arrovellano sull’annosa questione: è giusto inserire tale articolo nello Statuto? È corretto registrare, nero su bianco, quella parola che richiama alla memoria periodi tristi e violenti? È proprio opportuno sporcare lo Statuto Autonomo chiamando il male principale dell’isola con il proprio nome? Domande che sembrano retoriche, ma che invece sono in questo momento oggetto di discussione tra le forze politiche.

Il nodo centrale che ha gettato nel caos i parlamentari regionali, tutti ovviamente concordi nella necessità di combattere la criminalità organizzata, è rappresentato in pratica direttamente da quella parola dalle cinque lettere, che in molti preferirebbero tenere fuori dallo Statuto: è proprio il caso di scrivere direttamente mafia? Secondo alcuni parlamentari del centrodestra no, dato che in questo modo si rischierebbe addirittura di legittimare l’esistenza di Cosa nostra, inserendola nella fonte di legge primaria dell’isola. Più convinti i parlamentari del Pd, orgogliosi di poter dimostrare a tutto il mondo che lo stereotipo della Sicilia culla di Cosa nostra è acqua passata. Favorevoli anche i parlamentari del M5S che si pongono solo un dubbio: quell’articolo deve essere il numero uno o il numero uno bis? Un vero e proprio dilemma che continua stancamente a trascinarsi tra i corridoi di Palazzo dei Normanni.

Stefano Zito, deputato dei Cinque Stelle in commissione antimafia dell’Assemblea regionale siciliana, va oltre: “Fosse per me, scriverei: la Sicilia ripudia la mafia, il clientelismo e la corruzione”. Proposta esagerata, dato che già la sola parola mafia ha creato l’impasse tra le forze politiche. La modifica dello Statuto è infatti equiparata a una legge costituzionale: deve cioè passare con maggioranza qualificata alla Camera e al Senato in doppia lettura, prima di tornare a Palazzo dei Normanni per essere approvata. Solo che l’iter prevede anche un passaggio alla commissione affari istituzionali e alla commissione antimafia. Sembrava un passaggio indolore, e invece è proprio in commissione antimafia che i deputati sono stati sorpresi dal dubbio: è proprio necessario scrivere mafia nella carta costituzionale?

Il presidente della commissione Nello Musumeci mette nel mirino il testo fornito dall’avversario Crocetta. “Serve un approfondimento per dare modo ai commissari di potere arrivare a un testo nuovo ma molto più snello di quello del governo. Ci riuniremo la prossima settimana, l’obiettivo è una norma condivisa”. Come dire che ad oggi quella frase non riscuote proprio il gradimento di tutti. Anzi, lo scorso 19 settembre, quando l’ordine del giorno del parlamento recitava “schema di progetto di legge costituzionale per le modifiche dello statuto in materia di ripudio della mafia”, il vicepresidente dell’Ars Antonio Venturino ha dovuto sospendere la seduta dopo pochi minuti: erano infatti presenti solo pochissimi parlamentari e in aula mancavano persino gli esponenti del governo Crocetta. “Cos’è la Mafia? Forse una marca di un detersivo?”, si chiedeva il cardinale Ernesto Ruffini negli anni ’60. Altri tempi, direbbe qualcuno, mentre oggi, seppur con modalità diverse, la Sicilia rimane appesa a quello stesso fatidico dubbio: scrivere o non scrivere che ripudiamo la mafia?

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