La più grande disgrazia delle imprese (e dei loro uffici stampa, immagino) sono le famiglie. Tenere famiglia per il fondatore di una grande azienda, nel 90% dei casi vuol dire distruggerla.
B. ha tanti difetti, ma state certi che se il Milan finirà sotto il controllo dell’adorabile Barbara, c’è il rischio che gli interisti godano. John Elkann, il bisnipote erede, successore e presidente di Fiat, ha dichiarato a New York, che la «Fiat globale fa bene all’Italia […] non c’è cultura predominante […] siamo un gruppo italiano, brasiliano, cinese americano» etc e altre pensieri a ruota libera. Della serie un bel tacer non fu mai scritto, perché a noi la storia e il presente della Fiat dice qualcos’altro.

Tutti sanno come la Fiat sia diventata la più grande azienda italiana. Innanzitutto facendo fuori la concorrenza, d’accordo con la politica di turno, prima con l’Ansaldo, poi con Lancia e Alfa Romeo. Nell’immediato dopoguerra, con un certo utilizzo dei fondi americani del Piano Marshall. Negli anni ’50, grazie alle tariffe sull’importazione di automobili e agli investimenti pubblici. Grazie all’impegno e alle capacità di manager e operai. E non da ultimo grazie a uomini lontani dalla famiglia Agnelli, ma fedelissimi alla Fiat, come Vittorio Valletta.

Fin qui la crescita, poi a partire dagli anni ’70, la rovina di tutto quello che era stato costruito della Fiat come grande industria automobilistica, che prestava i soldi alle banche, che non era la Toyota ma aveva sviluppato una sua filosofia e dei prodotti industriali conseguenti; che controllava oltre l’80% del mercato automobilistico italiano e che anche dopo qualche chance di ripartire ce l’ebbe, almeno nell’epoca di Vittorio Ghidella, se non ci fosse stato il duo Gianni Agnelli-Cesare Romiti pervicacemente ostinato a lasciare in secondo piano l’auto e a finanziarizzare l’azienda, riducendola nello stato prefallimentare (35 mld di euro di debiti con le banche nel 2002) in cui la trovò Sergio Marchionne. Quella Fiat che in tutto questo guazzabuglio italiano, in ogni caso era riuscita a sviluppare un certo modo di fare industria, produrre tecnologia, innovazione e stile secondo un’impronta tipicamente nostrana, con il Politecnico di Torino che formava ingegneri e dirigenti e la tradizione degli operai Fiat. Nel bene e nel male se c’era stata una grandezza Fiat e questa era stata fatta, sviluppata e concepita in Italia, con i nostri pregi e i nostri difetti. Fiat = Fabbrica Italiana Automobili Torino non era solo un acronimo.

Ora il giovane Presidente dal cognome straniero, ha forse dimenticato che le sue ricchezze, il suo benessere e quello di tutti i suoi parenti si fondano sul lavoro e i soldi esclusivamente degli italiani. Forse non pensa che – ancor prima di conservare il denaro ereditato – il suo primo dovere dovrebbe essere quello di conservare, o almeno di rispettare il lavoro di quanti gli hanno permesso di godere dei privilegi di cui gode, lasciando ad altri il giochino del «chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce o’passato». Ha dimenticato che la Fiat, l’azienda che lui dovrebbe guidare con un minimo di consapevolezza storica, è stata costruita con il sangue e il sudore degli italiani, come fosse una guerra combattuta e probabilmente persa? Sa che le parole in libertà sono una gran bella cosa, ma a volte svelano un pensiero (o un non-pensiero) che sarebbe meglio tenere gelosamente nascosto quando si hanno incarichi di così elevata responsabilità?

Lasci a Sergio Marchionne, che è semplicemente un manager, il dirty job delle dichiarazioni shock, degli atti indicibili, delle decisioni impresentabili, se la Famiglia ha scelto la strada di abbandonare l’Italia. Noi per parte nostra speriamo che lo Stato faccia la sua parte e faccia rispettare non solo le memorie, ma anche le fatiche del passato. Marchionne è come la Virna Lisi nella pubblicità del Chlorodont, «con quella bocca può dire ciò che vuole», non è il proprietario, ma è uno che lavora per tutelari gli interessi di altri. Elkann-Agnelli no. Certe cose non le può nemmeno pensare. Nel dubbio si rilegga il libro-confessione del suo ad, quando scrive che «l’odore acre della fabbrica e della vernice farebbe bene a molti, perché evita certi discorsi complicati».