Matteo Renzi è stato ribattezzato il fidanzato d’Italia, ma grazie al Cielo non è il mio.
Dico questo non per una mera questione di gusti -sulla quale mi limito a sospendere il giudizio- ma in virtù di uno dei tratti comportamentali distintivi del carismatico sindaco: ‘l’imbastita verbale’.
Parlasi d’imbastita verbale (non intesa in quanto abbozzo o tentativo di delineare a parole un’idea o un progetto ancora in via di definizione) nei casi in cui il soggetto parlante tende a mettere insieme concetti alla rinfusa, ad arrabbattare ragionamenti con la finalità di stordire o imbonire l’interlocutore, prendendo tempo e, se le cose vanno bene, guadagnando consenso.
L’imbastita verbale è una delle tecniche di sopravvivenza più comunemente utilizzate da certi uomini per far fronte al fuoco incrociato di domande femminili tutt’altro che vaghe ed esigenti risposta, alle quali l’uomo non può dichiaratamente sottrarsi ma alle quali non contempla affatto di dare risposte concrete.
In questi casi il maschio, in maniera direttamente proporzionale ai suoi mezzi intellettuali, ricorre alla tattica ‘metasemantica’, ovvero sceglie l’eloquio più carezzevole e suggestivo ed adotta parole altisonanti e persuasive per eludere del tutto il vero contenuto della domanda.
L’effetto auspicato è quello di suscitare un effetto allucinogeno nell’interlocutore costringendolo alla resa sul campo logico. Quando un maschio è affinato in questa tattica, legarsi a lui è la sciagura peggiore che possa capitare a una donna. Quando un politico è affinato in questa tattica, legarsi a lui è la sciagura peggiore che possa capitare ad un elettorato. 
E’ vero però, e sarebbe ipocrita dire il contrario, che qualsiasi dinamica relazionale si crea necessariamente in due e che una spiccata preferenza per le lanterne rispetto alle lucciole, può portare il destinatario dell’imbastita verbale a lavorare di fantasia a tal punto da ultimare il lavoro lui stesso.
Non so se ricordate un film del 1979 che si chiama “Oltre il Giardino”: nella storia Peter Sellers interpreta un giardiniere un po’ tonto e di pochissime parole che quando fortuitamente si trova a frequentare l’alta società, causa la sua laconicità, la sua assertività dettata dall’assenza di pensiero elaborato e soprattutto causa una proiezione assolutamente arbitraria fatta su di lui dall’ottusità collettiva, viene scambiato per un fine pensatore, una specie di filosofo contemporaneo. “In un giardino c’è una stagione per la crescita. Prima vengono la primavera e l’estate, e poi abbiamo l’autunno e l’inverno. Ma poi ritorna la primavera e l’estate”: ebbene persino il Presidente degli Stati Uniti resta soggiogato dalla potenza trasgressiva di questa affermazione di lapalissiana ovvietà metereologica fatta dal giardiniere, volendo cogliere in essa un’intuizione potenzialmente rivoluzionaria.
Non posso negare che, sentendo il mio non-fidanzato alla Leopolda dire “il futuro è il posto dove voglio vivere” o “abbiamo bisogno della rivoluzione della semplicità”, e vedendo dinanzi a queste verità sovversive buona parte di una generazione politica entusiasmarsi come davanti all’apparizione di un profeta, non ho potuto fare a meno di pensare a Peter Sellers che, potando la siepe, dice serafico ‘morire è una cosa che capita ai vecchi’.