Parete, provincia di Caserta, 11.000 abitanti circa. Processione della Festa patronale, primavera del 2013. Su decisione di don Emilio Tamburrino, parroco della Chiesa di San Pietro Apostolo, il corteo religioso incammina il Quadro processionale nei pressi della casa di un parente del boss Bidognetti, uno dei capi del clan dei Casalesi. Il sindaco Raffaele Vitale, 31 anni, che due anni prima ha vinto le elezioni al fotofinish guidando una lista con un simbolo che racchiude i loghi di Pd, Idv, Sel e Socialisti, si spoglia della fascia tricolore e abbandona la cerimonia: “Una cosa ovvia, normale, non potevamo prestarci a un messaggio di connivenza o sudditanza. Ma in queste terre la normalità diventa straordinarietà”.

Sì, perché l’episodio dona a Vitale un’inattesa notorietà. Tutti ne parlano, tutti ne scrivono. Walter Veltroni lo cita durante Servizio Pubblico in una polemica con Marco Travaglio come esempio dell’impegno anticamorra degli amministratori democratici. Fioccano gli inviti a iniziative e convegni al fianco di magistrati e di operatori delle forze dell’ordine. Le scolaresche e i gruppi di studenti universitari sono sorpresi di trovarsi di fronte un ragazzo poco più grande di loro. Lui parla poco, dice cose semplici, ascolta con attenzione gli oratori ‘più grandi’. 

Rieccolo, Vitale. Si è candidato alla segreteria del Pd di Caserta. Un partito in macerie sul territorio, che sta uscendo da una stagione di sconfitte. “Il mio trampolino di lancio? Sì, per tuffarmi in una piscina senz’acqua” scherza. “Se divento segretario proverò a costruire una rete di amministratori, di persone che si impegnano e si confrontano sui problemi del territorio e vogliono partecipare a risolverli. Non sarò il segretario delle strategie e dei riposizionamenti dei capibastone, delle correnti, di chi vuole accreditarsi coi blocchi di tessere”. Vitale ci prova partendo da Parete, comune anch’esso dotato di una straordinarietà che altrove è normalità: è l’unico paese del comprensorio mai sciolto per infiltrazioni camorristiche: “Il motivo? Qui la politica è riuscita a conservare un alto tasso di moralità, nel centrosinistra e nel centrodestra”. 

Vitale si professa renziano: “Anche se alle ultime primarie ho votato Bersani, con il sindaco di Firenze passa finalmente l’idea di un partito aperto. Eppoi mi sono scocciato di perdere sempre le elezioni. A parte le amministrative di due anni fa…”. Sul governo delle larghe intese, Vitale la pensa così: “Meno male che Napolitano ha accettato un secondo mandato, quella situazione di instabilità avrebbe causato solo danni al paese. I tempi per tornare al voto non sono ancora maturi. Anche perché bisogna assolutamente cambiare la legge elettorale, altrimenti sarò il primo a disertare le urne, non è possibile continuare a essere rappresentati da parlamentari che non hanno rapporti col territorio”.

Tra i risultati della sua amministrazione, Vitale ricorda con piacere la raccolta differenziata al 70% e il riutilizzo a fini sociali della villa confiscata al boss Francesco Bidognetti: “L’abbiamo trasformata in centro antiracket ed alloggio per i volontari delle associazioni di legalità che vengono da ogni parte d’Italia per lavorare nei campi agricoli confiscati ai clan casertani”. 

A margine, Vitale racconta un episodio singolare: “Ero stato eletto da poco, un giovane avvocato venne a trovarmi in ufficio. Mi fece una proposta: se gli davo qualche incarico legale per le cause del Comune, avrebbe diviso con me la parcella. Lo accompagnai con cortesia all’uscio e gli dissi che non se ne parlava proprio. Non si è fatto più vedere”.