I cartelli rossi che sono comparsi nella Harris Academy di Upper Norwood – una scuola privata aperta da poco nel quartiere londinese di Croydon – riportano chiaramente quale linguaggio gli studenti dovrebbero o non dovrebbero usare. Gli adolescenti si sa, in Inghilterra come in Italia, e indipendentemente dalla classe sociale a cui appartengono, hanno il loro lessico, fatto di termini nuovi o espressioni comuni più o meno modificate. Molto spesso si tratta di un vocabolario forgiato dall’uso di internet.

Da noi sarebbe qualcosa come “bella” (nel senso di saluto tra due persone) o “scialla” (nel senso di “stai tranquillo”). Nel caso dell’inglese, a esempio, “be-cause” (perché) si accorcia in “coz”, così come “he woz” sostituisce il più classico “he was” (era). E poi, espressioni come “like” (che si potrebbe tradurre con “tipo”), e frasi che invariabilmente cominciano con “basically” (fondamentalmente) e finiscono con “yeah”, non aiutano certo i giovani a usare un linguaggio corretto, secondo l’Harris Accademy. Troppo informale, o quantomeno, non consono alla società e al mondo del lavoro che li aspetta una volta fuori dalla scuola.

L’intento educativo dell’istituto londinese fa discutere. Decisamente a favore il deputato laburista David Lammy. Pur ammettendo che lo slang va bene in certe occasioni tra amici, e nessuno lo vuole condannare, Lammy sostiene i benefici di un uso corretto dell’inglese: “La scuola ha il dovere di formare in vista di una professione. Spesso vedo giovani andare a colloqui di lavoro senza sapere parlare correttamente”. A spezzare una lancia in favore del gergo giovanile è al contrario Terry Victor, che non a caso lavora al Dizionario dello slang e dell’inglese non convenzionale. Secondo Victor, “non è possibile censurare il linguaggio parlato da una persona. Non si tratta parole offensive, ma di termini usati, in alcuni casi, anche dai politici”. In difesa della lingua corrente, Victor ricorda come non pochi parlamentari attaccano la frase con “basically”, mentre l’espressione “ain’t” (contrazione che sta per “non sono”) risale addirittura ai tempi di Dickens.

Nella polemica entra, immancabilmente, anche il web, luogo virtuale privilegiato nel forgiare il lessico giovanile. Dopo l’intervento del deputato laburista e la stoccata ai deputati che parlano male, sono i social media a buttarla, anche loro, in politica. Quello della scuola londinese viene infatti definito su Twitter come un “progetto di supremazia bianca”, “finanziato dal governo per controllare i ragazzi”. Esagerati? Pensate un po ’ il “casino” – si può dire? – che sarebbe successo in Italia.

da Il Fatto Quotidiano, 17 ottobre 2013