Bastava vedere le prime reazioni su Twitter – l’entusiasmo, sincero e unanime – per capire che a questo giro l’Accademia di Svezia non ha fatto scelte incomprensibili. Anzi, il Nobel a Alice Munro apre scenari interessanti, che si spera abbiano conseguenze già alla fiera di Francoforte. Con questo premio a una delle più raffinate scrittrici esistenti, finalmente si dice a voce alta che il racconto non è un genere minore. Grande tabù del mercato editoriale contemporaneo (italiano e internazionale), il racconto torna a essere quello che è sempre stato, prima che le ansie da classifica lo riducessero a un territorio infrequentabile e proibito, a un fratello perdente del romanzo: torna a essere considerato grande letteratura. Era ora. Nelle motivazioni, si legge: «master of the contemporary short story», una sottolineatura che è una svolta.

Con Alice Munro (magnificamente tradotta da Susanna Basso per Einaudi e nel Meridiano, appena uscito da Mondadori) vince la non spettacolarizzazione della narrativa, la verticalità delle micro-indagini profonde e dei percorsi da talpa nelle verità umane, quelle quotidiane, che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni e proprio per questo non vediamo. Regina del non detto, spesso fa esplodere le sue storie con piccoli scatti di ribellione, come nell’indimenticabile scena finale di Ricca sfondata (che appartiene a una delle sue raccolte più belle, intitolataIl sogno di mia madre) in cui una bambina di undici anni vestita da sposa, pensando di fare una sorpresa ai genitori divorziati, entra in salotto avvolta dalle fiamme. La Munro è potente sui dettagli, che vanno a sostituire qualunque grande disegno. Lei non ha bisogno di strutture grandiose, che fra l’altro rifugge, preferisce frugare nella normalità e scardinarla da dentro, magari attraverso un particolare. In un racconto la presenza della malattia si concentra in un cappello (Il ponte galleggiante), in un altro la follia emerge dalla lista della spesa (The Bear Came Over the Mountain). Basta una parola (o un oggetto) fuori posto e la quotidianità diventa minacciosa. La violenza è nella routine, mescolata alla tenerezza e a tutti i gesti ripetitivi che ci fanno sentire tanto sicuri.

Esemplare è – tratto da Nemico, amico, amante.., altro libro indimenticabile suo – dove la terribilità del passato, impossibile da dominare anche nella memoria (la protagonista ha ucciso il figlio di tre anni, facendo marcia indietro con la macchina) si materializza in un bruciore alla pelle. Un richiamo struggente alla concretezza della nostra fragilità. «Io non prendo una storia e non la seguo come se fosse una strada che mi porta da qualche parte, con prospettive e deviazioni precise lungo il percorso», dice la Munro in un’intervista dell ’82 (citata nella postfazione a La danza delle ombre felice, nella vecchia edizione di La Tartaruga), «io entro in una storia e mi muovo avanti e indietro, mi stabilisco di qua e di là».

Ha sempre sostenuto che con quattro figli non aveva tempo di scrivere un romanzo, ma forse era civetteria. Chi ti credi di essere? in fondo lo è: dimostra solo che il suo modo di procedere è per monadi, per momenti d’esistere, forse perché le interessano davvero solo quelli. E’ l’illuminazione sulle cose apparentemente insignificanti, è lo squarcio nella vita comune, che lei cerca. A testa bassa, scena dopo scena, dialogo dopo dialogo, tenacemente. La visione, quella davvero grande, si trova scavando nelle banalità, quelle di cui nessuno si cura. «Con l’unghia raspavano la terra», direbbe Kavafis. In narrativa, in fondo La Munro corrisponde perfettamente alla Szymborska: tutto comincia da un granello di sabbia. Da lì, si può mettere in discussione il mondo. Ma è proprio questa la sua ricchezza: questa imprevedibilità, questa assoluta libertà.

Una libertà che proprio le appartiene, come si deduce dai racconti intorno al Nobel. Canadese, 82 anni, non risponde al telefono e l’annuncio viene lasciato alla segreteria. Poi la svegliano alle 4 del mattino e lei confessa che fino al giorno prima non sapeva neanche di essere in lista. Riservatissima, mai disponibile a readings in giro per il mondo, non concede il numero di casa nemmeno ai suoi editori. Quando è venuta in Italia nel 2008, per ritirare il premio Flaiano, passando da Roma ha chiesto di essere portata solo al cimitero degli Inglesi, per vedere la tomba di Keats. Ma gli aneddoti aggiungono poco: i suoi libri parlano chiaro, da sempre. Non c’è divismo fra le sue pagine, è questo che conta, molto oltre il suo modo di essere scrittrice.

il Fatto Quotidiano, 11 Ottobre 2013