I carcerati, ovviamente, non aspettano altro; e non da ora. La libertà è un bene prezioso e la loro attenzione è sempre vigile verso qualsiasi novità che in qualche modo possa alleviare la loro pena. È per questo che risultano molto simpatici i radicali, sempre impegnati sul fronte dei diritti; e Berlusconi, se continua nonostante tutto a riscuotere la fiducia di un italiano su sei, in carcere certamente gode di un seguito ancora maggiore. Con lui si condivide in primis l’avversione (che non di rado si trasforma in vera ossessione) contro i giudici. Caso strano, comune a una certa destra, il giudizio su Berlusconi è uno dei pochi argomenti su cui si trovano spesso d’accordo categorie contrapposte come gli agenti e i detenuti.

Ora, una volta di più, i loro destini convergono sull’opportunità di un provvedimento di clemenza. Amnistie e indulti venivano concesse con una certa regolarità fino al 1990. Poi arrivò la riforma del Codice di procedura penale e l’ampliamento a 2/3 della maggioranza necessaria per l’approvazione in Parlamento. L’unico indulto si è avuto nel 2006 (con il ministro Mastella del governo Prodi), con effetti così catastrofici che il provvedimento fu presto rinnegato da tutte le forze politiche. Nel giro di un paio di anni gran parte dei detenuti messi in libertà, in maniera improvvisa e improvvida, tornarono a fare reati e furono di nuovo incarcerati.

Questo accadde perché non c’era stata alcuna gradualità, nessuna forma di reinserimento sociale; che parte da una revisione critica della condotta criminale e arriva lentamente, con iniezioni di fiducia e assunzioni di responsabilità, a forme sempre più ampie di libertà. Inoltre, non si era intervenuti con modifiche strutturali e organiche del sistema penale. In particolare, non erano state cancellate leggi come la Bossi-Fini, la Fini-Giovanardi e la ex Cirielli, considerate “carcerogene” in quanto producono un numero crescente di persone che finiscono in galera anche per reati minori.

In breve si tornò sui 70 mila detenuti in strutture che ne possono contenere poco più di 40 mila. Il sovraffollamento, con tutti i problemi (a cominciare da quelli igienici) che ne conseguono, ben difficilmente è sanabile con la costruzione o apertura di nuovi carceri. Ammesso che si trovi il modo di completare le strutture e fornirle delle dotazioni minime, ci sarebbe il problema del personale. Con una Polizia penitenziaria da anni paurosamente sotto organico e la necessità di assumere operatori, educatori, psicologi, centri medici, impiegati vari, (aggiungerei le nostre scuole, che giocano un ruolo ormai riconosciuto come fondamentale nel trattamento), mi sembra chiaro che si tratterebbe di un costo che il nostro Stato, sempre più stretto nei vincoli di bilanci traballanti, non è in grado di sostenere.

Ora ci si chiede se e quando il Parlamento recepirà il messaggio del Presidente Napolitano. Trattandosi in ogni caso di un provvedimento impopolare (non solo perché la criminalità è oggettivamente in crescita ma anche per un atteggiamento dei media che da anni speculano sulle cronache nere), tutto dipende dalle prospettive di durata del Governo e della legislatura, nel corso della quale si spera che gli elettori “dimentichino”.

Essendo Berlusconi uno dei fautori e uno dei maggiori azionisti (anche e ancora) dell’attuale Governo, è impensabile che la sua posizione sia stralciata e i suoi reati esclusi da quelli da condonare. Quindi l’alternativa che verosimilmente resta è la seguente: se veramente si vuole intervenire in maniera organica e strutturale sul sistema della pena, per ovviare agli aspetti più degradanti e disumani che si incontrano negli attuali istituti, si deve accompagnare il provvedimento di clemenza a una riforma del sistema penale e una riorganizzazione di tutta la normativa sulle misure alternative alla detenzione, con contestuale miglioramento e implementazione dei servizi sociali a supporto del trattamento extra-murario.

Se invece si arriverà ancora una volta a malapena a una rabberciata sanatoria generale, che metterà tutti fuori indiscriminatamente – per bloccare i termini di scadenza imposti dalla Corte europea e non pagare altre multe – significherà che l’interesse della classe politica non è di migliorare il servizio della giustizia ma solo quello di mettere una toppa temporanea per salvare dal carcere, che non si intende migliorare, i propri esponenti; a cominciare dal più ricco e famoso di tutti.