Ho letto ieri su alcuni importanti quotidiani italiani una interessante polemica che riguarda l’arretratezza dei lavoratori italiani nella loro preparazione sia letteraria che matematica. L’Ocse ci colloca addirittura all’ultimo posto in Europa in questa particolare classifica. Il quotidiano ‘La Repubblica’ calca addirittura la dose dicendo che sui ‘saperi essenziali’ per orientarsi nella società del terzo millennio, siamo ultimi. Che non è la stessa cosa di dire che siamo arretrati, qui dice proprio che siamo ultimi. Quindi tenendo questo passo l’Italia ha proprio una condanna a morte (metaforica) sul piano della competitività in Europa, perché il recupero dei ‘saperi essenziali’ non lo si fa semplicemente coi soldi, e tantomeno con le chiacchiere e le vuote polemiche. Ci vogliono soldi, competenze, organizzazione.

Comunque, dato che qualcuno (giornali, sindacati, ecc.) se l’è presa direttamente col Ministro del Lavoro Giovannini perché imprudentemente ha detto una cosa vera, e cioè che i disoccupati italiani sono ‘poco occupabili‘, il vero problema contingente non è quello di recuperare i ‘saperi essenziali’, ma di scovare in gran quantità lavori anche superflui al fine di trovare un lavoro ai disoccupati e sostenere così l’economia del paese in attesa di risalire la china del livello competitivo.

Voglio sottolineare il vocabolo ‘contingente’ perché sappiamo tutti che il problema più grave è quello di riuscire a mettersi al passo dei paesi più avanzati sul piano della tecnologia e dell’istruzione. Il fatto è che se gli altri sono già avanti in queste cose, loro proprio grazie a questo sono anche in una situazione di equilibrio economico migliore della nostra. Quindi il gap, a meno che siano loro a fermarsi, è già incolmabile.

Il problema di mettere il sistema dell’Istruzione in rapporto diretto con quello della produzione, per dare soprattutto ai giovani concrete possibilità di lavoro in relazione agli studi che scelgono di fare, non è però un problema solo italiano, è un problema che, chi più (come p.es. l’Italia), chi meno (come p.es. gli Stati Uniti), tutti i paesi in questo nuovo millennio hanno. Anche negli Stati Uniti, benché siano molto più avanti dell’Italia in questo lavoro di pianificazione ed organizzazione, questa problematica è sentita, perché se già la rivoluzione tecnologica ed elettronica degli ultimi 20 o 30 anni avevano sconvolto tutto il comparto del lavoro, la globalizzazione degli ultimi 10 anni ha letteralmente spiazzato tutti, Usa compresi. Meno i paesi emergenti, ovviamente.

In questa situazione l’Italia non può limitarsi a fare quello che fanno gli altri, deve fare di più perché deve recuperare.

Certamente, sul piano della politica, occorre che ci sia in contemporanea un radicale risanamento della classe dirigente. E applicare subito tolleranza zero per tutti. Chi non è limpido come l’acqua di sorgente deve essere subito messo fuori dalla politica stessa, senza aspettare il giudizio dei giudici, come si fa in America.

Ma sul piano dell’economia l’Italia non può concedere agli altri l’handicap di una classe lavoratrice emarginata o del tutto abbandonata in altissima percentuale.

L’alleggerimento fiscale sulla retribuzione dei lavoratori va bene, ma non basta. E non va bene concettualmente nemmeno il piano assistenziale di sostegno ai lavoratori emarginati.

Sul piano caritatevole e della solidarietà, è un piano lodevole, ma sul piano sociale è una frana, perché va ad alimentare proprio quelle sacche di “parassitismo” che poi i soliti qualunquisti denunciano come la zavorra che affonda l’economia. Se l’economia fosse sana non basterebbero certo questi limitati interventi di solidarietà sul piano sociale a renderla malata. E’ però una soluzione che umilia quelle stesse persone che sono destinatarie del contributo, considerate dagli sciocchi come parassiti quando invece sono solo dei disoccupati, vittime di un modello produttivo che cambia troppo in fretta.

Molto meglio creare, inventare, il lavoro per questi soggetti, usando quei fondi.
Ci sono tantissimi lavori abbandonati perché non redditizi, in un mondo a modello capitalista che salva solo quelli ad elevata redditività.

In questa situazione, in attesa di vedere attuati i piani di modernizzazione dei comparti educativo e produttivo (ci vorranno almeno 5 – 10 anni per farlo), deve essere lo Stato, cioè tutto il Comparto Pubblico a farsi carico di avviare dei piani di riassorbimento dei lavoratori in tutte quelle attività abbandonate perché non sufficientemente redditizie.

Ce ne sono tantissime. Gli amministratori pubblici ne conoscono tante perché finora sono stato appannaggio della politica per ottenere voti facili. Ora si tratta di usarle per un fine più nobile. Si possono recuperare migliaia e migliaia di posti lavoro anche nel settore dell’artigianato. Lo Stato può intervenire con degli incentivi e con esenzioni fiscali.

In questi casi lo Stato dovrebbe comportarsi come i “non profit”. Non ha la necessita’ di fare profitto. Anzi, si può persino permettere di perdere anche un po’ di soldi, quelli che spenderebbe per esempio per il sostegno alla disoccupazione, e altri se necessario.

Tutta l’economia del paese ne trarrebbe un grande beneficio e la ripresa, con la gente che torna a lavorare, diventerebbe finalmente reale.