Le tv arabe parlavano di rapimento, l’agenzia ufficiale libica di arresto. Fatto sta che il primo ministro della Libia Ali Zeidan è stato portato via stamani all’alba da un gruppo armato composto da 150 persone e tenuto in custodia in un luogo sconosciuto. Per poche ore perché Zeidan è stato rilasciato intorno alle 11. Sky News Arabia e Al Arabiya avevano riferito che tutto era avvenuto avvenuto in un albergo a Tripoli, il Corinthia Hotel, di fatto assediato da un commando. Una foto di Zeidan era stata diffusa dai rapitori e riportata da Al Arabiya. L’immagine (da Twitter) mostrava il premier con una camicia marrone semiaperta e un’espressione accigliata, tenuto sotto braccio da due persone in borghese. La Nato si era detta pronta intervenire. 

La cattura del leader Abu Anas al-Libi. Alcuni gruppi estremisti libici nei giorni scorsi avevano accusato Zeidan e il suo governo di aver autorizzato segretamente il raid delle forze speciali Usa che il 5 ottobre scorso ha portato alla cattura a Tripoli di Abu Anas al-Libi, terrorista di Al Qaeda considerato la mente delle stragi di Nairobi e Dar es Salam del 1998. A rivendicare l’azione era stato il gruppo chiamato “la Camera dei rivoluzionari di Libia” che aveva confermato che l’uomo era stato “arrestato su mandato della Procura generale”. Ma l’autorità giudiziaria aveva smentito. Il portavoce del Dipartimento Anticrimine, Abdel Hakim Albulazi, aveva però confermato all’agenzia ufficiale libica Lana che Zeidan era “in custodia per un mandato di arresto emesso dal Dipartimento”, aggiungendo che il premier è “in buona salute e che viene trattato bene come qualsiasi cittadino libico”.  “Le procedure dell’arresto del premier ad interim Ali Zeidan sono illegali e chi si è reso responsabile di questa azione ne dovrà rispondere” ha poi detto all’agenzia libica Lana una fonte dell’ufficio del procuratore generale di Tripoli, confermando che la procura non ha emesso alcun mandato di arresto. Per farlo, ha spiegato la fonte, è necessaria la revoca dell’immunità del premier da parte del Congresso nazionale.

Zeidan in una conferenza stampa aveva detto che i cittadini libici hanno diritto ad essere processati sul suolo libico e che la questione sarebbe stata affrontata con le autorità americane, ma che il blitz non avrebbe compromesso le relazioni fra Usa e Libia. Proprio ieri mattina, durante un incontro con la famiglia di al-Libi, il premier libico aveva assicurato che il governo avrebbe garantito e protetto diritti dell’uomo che, attualmente, si trova su una nave statunitense nel Mediterraneo per essere interrogato da Fbi e Cia che intendono trasferirlo a New York per il processo. L’ambasciatrice statunitense a Tripoli Deborah Jones era stata convocata dal ministro della Giustizia per chiarimenti e il Congresso nazionale aveva chiesto la riconsegna immediata di al-Libi.

Il Pentagono nei giorni scorsi ha spostato 200 marine a Sigonella. Gruppi radicali islamici avevano tuttavia lanciato appelli a colpire obiettivi americani e dei paesi alleati. Minacce che hanno spinto il Pentagono a spostare nella base siciliana di Sigonella 200 marine, pronti a operazioni di evacuazione e salvataggio ostaggi. Il portavoce del premier, Amel Jerary, ad al-Jazeera: “Temo che non ci sia molto di chiaro. Non ho informazioni certe su come sia stato condotto (il raid, ndr). Sono sicuro che coloro che lo hanno fatto erano davvero molto ben preparati”. Jerary ha poi smentito le indiscrezioni secondo cui anche il ministro delle Finanze sarebbe stato rapito. “Non è vero”, ha affermato. Le informazioni sull’azione sono contrastanti. Le accuse nei confronti del premier sarebbero “di aver danneggiato la sicurezza e di corruzione”.  Abdel-Moneim al-Hour, della Commissione anticrimine di Tripoli, ha dichiarato ad Associated Press che però l’ufficio del procuratore non ha emesso alcun mandato d’arresto.

Zeidan ex diplomatico anti Gheddafi. Nominato il 15 ottobre del 2012 Ali Zeidan aveva presentato il nuovo governo del Paese nei giorni successivi ed aveva ottenuto la fiducia del Congresso nazionale il 31 ottobre. Considerato un liberale ed eletto in Parlamento come indipendente – si era dimesso per poter concorrere alla carica di premier – Zeidan è un ex diplomatico che nel 1980 passò all’opposizione in esilio denunciando il regime di Muammar Gheddafi. Nel Consiglio nazionale transitorio (Cnt) ha svolto il ruolo di inviato in Europa: dopo la sua nomina, alcuni osservatori avevano evidenziato che era stato decisivo per l’intervento dei jet francesi nel marzo 2011, che impedirono un bagno di sangue a Bengasi, su cui marciavano i carri armati della Brigata corazzata guidata da Khamis Gheddafi. Il mese scorso Zeidan ha visitato la Gran Bretagna, chiedendo aiuto a Londra per rimuovere le ingenti quantità di armi dalla Libia a causa dei timori di un crescente traffico verso la Siria. Già in precedenza, Zeidan aveva esortato la popolazione ad appoggiare il governo per far fronte a “gente che vuole destabilizzare il Paese” e aveva definito “atti di sabotaggio” alcuni attacchi contro il ministero dell’Interno e la sede dall’emittente tv nazionale.

I sequestratori sono componenti della “Camera dei rivoluzionari di Libia”. La “Camera dei rivoluzionari di Libia” è solo uno dei tanti gruppi di ribelli che, dopo la fine vittoriosa della guerra che ha causato la caduta di Muammar Gheddafi e del suo regime, non ha deposto le armi, di fatto imponendo il suo controllo su vaste porzioni del territorio. Così come ha fatto la Brigata di lotta contro il crimine, la Camera dei rivoluzionari ha allacciato dei rapporti ufficiali soprattutto con il Ministero dell’Interno (ma anche con quello della Difesa) per esercitare, in sua vece, compiti di polizia e di controllo delle frontiere, soprattutto nel sud del Paese dove la presenza dell’esercito di Tripoli è al momento solo simbolica. In sostanza, il governo di Tripoli ha deciso di “neutralizzare” il potenziale eversivo che tali gruppi portano in loro, ingaggiandoli ufficialmente, con tanto di salari mensili. E quando gli stipendi non arrivano con puntualità i miliziani sono pronti a schierarsi, in armi, contro i palazzi del Potere (è accaduto anche pochi mesi fa, con un lungo assedio al ministero dell’Interno) sino a quando non ottengono il dovuto.

La Nato chiedeva l’immediato rilascio di Zeidan. Il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, aveva chiesto l’immediato rilascio del premier libico. Rasmussen, che ha comunque precisato di essere ancora in attesa della conferma del rapimento, ritiene “importantissimi la stabilità e il pieno rispetto della legge in Libia”. La Nato era quindi pronta a intervenire per rafforzare le condizioni di sicurezza in Libia “ma sta al Paese chiederlo”. Per Rasmussen era evidente che “bisogna fare qualcosa per assicurare la stabilità in Libia” ma si tratta di un Paese sovrano e quindi la richiesta di un aiuto extra deve arrivare dalle autorità nazionali. Ma Alì  Zaiden è tornato libero

Allo Stato Maggior e della Difesa si è tenuta una riunione tra il ministro della Difesa, Mario Mauro, e i vertici militari per “monitorare la situazione libica in raccordo con la presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero degli Affari esteri”. “Stiamo facendo verifiche sulle notizie e siamo in stretto contatto con alti ufficiali Usa e libici sul terreno” ha dichiarato la portavoce del dipartimento di Stato Usa, Jen Psaki, in viaggio con il segretario di Stato John Kerry in Brunei.