Ha percorso come un’ombra tutta la Palermo delle stragi, per poi scomparire definitivamente, lasciando traccia di sé soltanto dentro ai verbali di collaboratori e testimoni. È stato indicato come un fantasma, un uomo taciturno con la faccia butterata, orribile, mostruosa, sempre presente quando c’era una strage da fare, un eccidio in cui si dovevano coprire le tracce per sottrarre dalla scena ogni possibile indizio rivelatore. Adesso “Faccia da Mostro“, il killer con tesserino dei servizi in tasca, che sullo sfondo di ogni strage agiva da uomo cerniera tra Cosa Nostra e Stato, sembra aver recuperato un nome, dopo essere quasi svanito dalle inchieste. Faccia da Mostro invece esiste, non è un’invenzione, e la sua identità sarebbe quella di un ex dirigente di polizia in pensione, con il volto sfigurato a causa dell’accidentale esplosione di un’arma da fuoco: il suo nome, secondo la Procura di Caltanissetta, è Giovanni Aiello.

Identità già nota alla Procura, quella di Aiello, che lo aveva iscritto nel registro degli indagati, per poi chiederne ed ottenerne l’archiviazione nel dicembre del 2012.  Adesso però sono arrivati nuovi elementi e la procura nissena ha nuovamente stretto il cerchio sul nome di Aiello, che è ritornato al centro delle indagini dei pm guidati da Sergio Lari. Pochi mesi fa, a fare il nome di Aiello davanti ai colleghi di via Giulia, era stato il procuratore aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia Gianfranco Donadio, incaricato dall’ex procuratore nazionale Piero Grasso di seguire le indagini sulle stragi. Donadio ha dunque recuperato alcune testimonianze di collaboratori di giustizia, che indicavano in Aiello l’uomo con la faccia butterata operativo a cavallo delle stragi che insanguinarono l’Italia tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90.

Il primo a fare il nome di Aiello era stato il pentito Vito Lo Forte, la cui testimonianza però è ancora oggi tutta da riscontrare. A parlare di Faccia da Mostro era stato anche Luigi Ilardo, il boss nisseno infiltrato dai Carabinieri al seguito di Bernardo Provenzano e poi misteriosamente ucciso nel 1996. “Noi – disse Ilardo al colonnello dei carabinieri Michele Riccio – sapevamo che c’era un agente a Palermo che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Agostino”. Ed è proprio a Villagrazia di Carini che Faccia da Mostro fa per la prima volta il suo ingresso sulla scena: pochi giorni prima dell’omicidio del poliziotto Nino Agostino, il il 5 agosto del 1990, un uomo con il volto deturpato andò a bussare a casa sua: “Era un uomo con i capelli biondi, dal viso orribilmente butterato” ha raccontato Vincenzo Agostino, padre del poliziotto ucciso, di cui oggi non si conoscono ancora gli assassini. 

Tracce di Faccia da Mostro però si trovano anche oltre lo Stretto: l’ultimo collaboratore a fare il nome del misterioso killer di Stato è infatti un calabrese affiliato alla ‘Ndrangheta, si chiama Nino Lo Giudice, è soprannominato il Nano, e fino a pochi mesi fa era un collaboratore di giustizia. Prima di ritrattare quanto raccontato, accusando i magistrati che lo avevano interrogato di “drogare” le sue dichiarazioni, il Nano aveva fatto cenno a Faccia da Mostro, individuandolo in Aiello, e aggiungendo che “agiva sempre con una donna, una tale Antonella:  tutti e due facevano parte a servizi deviati dello Stato e la donna era stata ad Alghero in una base militare dove la fecero addestrare per commettere attentati e omicidi”. Nel giugno scorso però Lo Giudice ha ritrattato le sue dichiarazioni, rendendosi latitante.

C’è un altro uomo che però indica in una donna la partner dell’orrore di Faccia da Mostro: è Giuseppe Maria Di Giacomo, esperto killer del clan catanese dei Laudani. Piste, ipotesi, spifferi, testimonianze ancora oggi tutte al vaglio degli inquirenti, che in queste ore, oltre ad indagare su Aiello, lavorano per capire chi sarebbe la tale Antonella citata da Lo Giudice, addestrata dai servizi per diventare una sorta di killer di Stato.

Agli atti della procura di Caltanissetta però adesso c’è anche un altro verbale che allarga il quadro delle indagini: quello del collaboratore di giustizia Gioacchino La Barbera. L’uomo che il 23 maggio del 1992 avvisò i killer di Giovanni Falcone dell’arrivo delle auto blindate dall’aeroporto, ha fatto per la prima volta cenno ad una presenza estranea a Cosa Nostra nelle fasi preparatorie del botto di Capaci: quando i boss si erano riuniti per collegare le singole cariche d’esplosivo che avrebbero ucciso Falcone, tra loro c’era anche un uomo estraneo all’organizzazione, sconosciuto al livello operativo di Cosa Nostra che parlava “soltanto a bassa voce”.

Dichiarazioni che per la prima volta suggeriscono una compartecipazione estranea a Cosa Nostra per l’assassinio di Falcone, ma operativa nelle fasi finali dell’attentato, e che somigliano molto a quelle rese da Gaspare Spatuzza sull’eliminazione di Paolo Borsellino, avvenuta 57 giorni dopo la strage di Capaci. “Mentre veniva imbottita di esplosivo la Fiat 126 nel garage tra noi c’era uno elegante, biondino, mai visto prima, parlava con Gaetano Scotto” ha raccontato il collaboratore ricostruendo la fase preparatoria della strage di via d’Amelio. L’interrogativo è inevitabile: l’uomo che partecipa con i boss alla preparazione della strage di via d’Amelio è lo stesso notato da La Barbera nei giorni precedenti al botto di Capaci ? E a che titolo partecipa alla strage? È quell’uomo è sempre Faccia da Mostro?

C’è un piccolo sacchetto di carta, di quelli utilizzati dalle farmacie, che viene ritrovato subito dopo la strage  di Capaci ad appena 63 metri di distanza dall’enorme cratere che squarcia l’autostrada. Sopra il sacchetto, come se fossero stati spostati dall’esplosione, vengono ritrovati un guanto di lattice, del mastice adesivo e una torcia: tutta roba probabilmente utilizzata nelle fasi preparatorie della strage, quando gli attentatori riempiono il ventre dell’autostrada con fusti pieni d’esplosivo trascinati sotto l’asfalto grazie ad alcuni skateboard.

All’epoca della strage era impossibile rilevare le impronte digitali dal guanto di lattice: oggi, però, la tecnologia permette di ricostruirle anche da una particella di impronta papillare. È a questo che stanno lavorando i consulenti nominati dalla Caltanissetta: sul guanto di lattice è infatti stata riscontrata la presenza di frammenti di Dna, che già dopo le prime analisi sembra avere una struttura abbastanza rara, non troppo diffusa.  L’uomo che usò quel guanto più di vent’anni fa ha, quindi, lasciato una firma indelebile sul luogo della strage: per capire se si tratta di un killer ancora sconosciuto bisognerà solo aspettare la fine degli accertamenti, quando quel frammento di Dna sarà paragonato a quello dei boss che facevano parte del commando che uccise Falcone. E tra loro potrebbe esserci stato sempre lui: l’uomo delle stragi impunite, con un tesserino dei servizi in tasca e una faccia orribile, da mostro.

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