La politica esce dalla porta, ma rientra dalla finestra. Eccoci qui, ormai del tutto inetti a qualsiasi approccio politico nei confronti delle scelte da fare, delle posizioni da assumere, delle strategie da sposare. Dimessi in massa dall’esercizio del libero arbitrio, in piena Sindrome di Stoccolma, siamo perennemente impegnati ad intonare la litania apologetica dei nostri rapitori, di quei mercati europei, di quei diktat sovranazionali che tengono sequestrate le nostre facoltà d’intendere e volere. Abbiamo deciso di amputare l’arto in cancrena, ciò che temevamo potesse infettare tutto il corpo, quel peso morto che rischiava di rallentare la nostra corsa verso la globalizzazione: arrivederci politica, ciao…

Eppure abbiamo fatto i conti senza l’oste, perché come dice Gandhi ‘in democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica’;  ed ecco dunque alla porta di questa nostra apolitica condotta europea un violento bussare che sveglia dal torpore le nostre coscienze di automi del terzo millennio. Hanno le ossa sporgenti e gli sguardi stravolti i nostri convitati di pietra: creature che arrivano direttamente dall’inferno per ricordarci quanto imperfetto sia il mondo che vorremmo, blindato e anestetizzato a qualsivoglia stimolo non mosso dalla finanza o dal pareggio di bilancio.

Trasudano necessità primarie, fuggono da Paesi che non permettono loro la sopravvivenza, confidano in una solidarietà umana, ma soprattutto politica che non sanno essere evaporata al sole del pragmatismo economico. Loro sono i fastidiosi effetti collaterali delle Primavere Arabe dinnanzi alle quali ci galvanizziamo, riconoscendo in esse il nostro modello democratico come sistema vincente; sono le bucce del frutto dell’umanità, delle quali liberarsi prima che comincino a puzzare. Immigrati, profughi, clandestini, non c’è tempo per fare distinzioni: loro sono le Ifigenie dei nostri subdoli accordi interni, sono le monete con cui la destra ha pagato il sostegno della Lega. Sono creature del mare, perché la legge baratto Bossi-Fini, innanzitutto, non vuole che tocchino terra, che inquinino con i loro passi infestati il nostro benessere, benessere che non c’è ma che comunque non va intaccato da chi ne ha ancora meno.

Muoiono delle nostre contraddizioni, di un’Unione Europea che ha voluto un sistema di avvistamento in mare per garantire l’inviolabilità delle frontiere europee, ma che con quello stesso sistema non è in grado di avvistare un barcone con più di cinquecento passeggeri a quattro miglia dalla riva per metterli in salvo. Muoiono di una Bossi-Fini che prevede il respingimento in mare, dando alla polizia una clessidra scarsa di tempo per capire chi siano e che situazioni abbiano alle spalle quegli esseri umani in cerca di salvezza; muoiono per la noncuranza di un’Europa che nonostante ritenga che il respingimento in mare violi l’articolo 18 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, opta per una strumentale cecità, lasciando l’Italia sola nella sua inadeguatezza gestionale. Queste barche vengono da un lontano molto vicino a ricordarci che mentre l’Europa impazzisce per vincere la partita del suo Monopoli, il mondo continua a cambiare i suoi assetti e le sue geopolitiche, e tutto questo non può essere affrontato se non con quella vecchia pratica che si chiama politica.