Il dramma della migrazione ha oggi un luogo italiano che tutti noi dobbiamo eleggere quale luogo simbolo. Uno scoglio nel Mediterraneo dove si infrangono speranze, sogni, futuro. Lampedusa deve essere per noi italiani il luogo sacro dove recuperare la nostra identità di popolo di migranti. La tragedia del barcone incendiato è una tragedia che ci appartiene, perché questi migranti provenienti da zone del mondo in estrema difficoltà altro non sono che la nostra proiezione identitaria che il destino stampa nel futuro. Siamo noi italiani che oggi dobbiamo osservare commossi quelle vite perse che sono vite che ci riguardano. Siamo noi che ogni anno ricordiamo le nostre numerose Marcinelle che oggi a Lampedusa dobbiamo ritrovare la nostra vera anima di migranti. Questi corpi straziati ed accatastati all’aperto disegnano l’orrore che è iscritto nel nostro dna di popolo in movimento che ha vissuto con il dramma della migrazione diverse epoche, diverse stagioni.

Ha fatto benissimo il presidente Letta a dichiarare il lutto nazionale, perché la tragedia di Lampedusa deve rappresentare il simbolo moderno della migrazione che le comunità devono trasformare, per impedire che il baratro dell’inciviltà e della disumanità ci colga di sorpresa fomentato dagli istinti dell’egoismo e dell’indifferenza che crescono incontrollati. Troppo spesso dimentichiamo e derubrichiamo nella cronaca i drammi personali, umani che giacciono sotto quelle misere lenzuola bianche. Troppo spesso guardiamo quei corpi senza nome spingendoli nell’indifferenza. A volte la gente si incuriosisce e si commuove verso delfini spiaggiati, ma resta indifferente di fronte a questi drammi umani che interrogano direttamente la nostra anima. La modernità ha i suoi elementi che trasformano le coscienze e graffiano le nostre anime rendendoci assurdi nell’indifferenza.

Le nostre quotidiane occupazioni ci spingono a guardare oltre ed a resettare ciò che ci appare scomodo perché evoca dolore e ci ricorda chi siamo davvero. Quelle lenzuola e quei sacchi sono specchi nei quali possiamo vedere chi siamo noi italiani e chi siamo sempre stati negli anni. In quel barcone capovolto ci siamo stati per anni ed anni, così come su quei treni che oggi dimentichiamo di aver preso una infinità di volte. Siamo stati stormi di rondini senza nido per decenni ed oggi lo tornano ad essere i nostri figli così come lo faranno i nostri nipoti. Sono stati padri, nonni, bisnonni, fratelli e sorelle. Siamo stati noi, che adesso facciamo finta di non riconoscerci in quei corpi stremati anche dopo la morte e che non sembrano trovare pace perché privi di un nome. Eppure si immagini la cura delle mamme che quei corpi hanno allevato con amore sfidando mille difficoltà.

Siamo noi, lì adagiati sullo scoglio di Lampedusa che in queste notti non avremo più freddo, finalmente domi dopo giorni di onde e onde, senza nessuno che ci aspetta e nessuno che ci saluta. Siamo tutti noi che in ogni famiglia italiana dal sud al nord abbiamo qualcuno che ha intrapreso il viaggio. Le bandiere non si addicono alle rondini che non hanno pace perché ritrovano nel viaggio la propria forza il proprio coraggio, finché alla fine uno scoglio amico non le accoglierà. La cosa che mi ha sempre colpito è osservare in queste tragedie l’assenza di valigie. Vita allo stato puro e morte nella totale nudità.

Come negli antichi viaggi legati al commercio degli schiavi. La storia viaggia all’indietro, e quando i simboli della migrazione si trasformano passando dalle valigie di cartone ai sacchi di plastica con lunghe cerniere, vuol dire che tutta l’umanità è smarrita camminando all’indietro con le spalle rivolte al futuro. Portiamo a spasso la vita senza sapere da dove veniamo e senza sapere dove stiamo andando. Lampedusa non è il confine, essa è il centro di questo mondo perduto, non dimentichiamolo.