Il noto proverbio “Tanto tuono’ che piovve” si addice perfettamente al lungo tiramolla tra il Partito democratico del presidente Obama, che chiedeva più soldi e gli esponenti del partito repubblicano, che al Congresso glie lo negavano. La disputa sui maggiori fondi necessari a finanziare le spese di cassa ha avuto sui tutti i media americani un “crescendo wagneriano” di attenzione e di intensità, ma alla fine hanno perso entrambi e la cassa Usa è chiusa.

I primi a dover sopportare il peso di questa insolvenza del governo saranno i dipendenti pubblici, ma presto (il 17 ottobre per la precisione), se non arriverà una revisione al tetto del debito, andrà a secco anche la cassa del Tesoro e allora sarà il debito sulle obbligazioni sottoscritte che non potrà più essere onorato. La qual cosa non scatenerà soltanto le proteste dei lavoratori e dei sindacati, ma anche, e giustamente, anche quelle dei rappresentanti dei risparmiatori. Il tutto si annuncerà già oggi con pesanti ripercussioni su tutte le borse del mondo. Ma piuttosto che soffermarmi su queste cronache, di cui potrò certamente occuparmene eventualmente anche nei prossimi giorni, preferisco ora addentrarmi nelle ragioni più puramente economiche di questo evento.

Poiché me ne sono già occupato nei miei due più recenti articoli, ho trovato in alcuni commentatori alcuni spunti interessanti per approfondire le motivazioni di fondo di questo scontro che ora è arrivato al “calor bianco”.

Nei commenti ai miei articoli salta fuori spesso il problema del debito dello Stato (sia per l’Italia che per gli Usa), la cui riduzione deve avere priorità assoluta altrimenti … succede il finimondo. Decine, anzi, centinaia di interventi mettono in evidenza il fatto che dare priorità alla riduzione è cosa giusta perché: “cosa succederebbe ai nostri figli e nipoti se noi, che abbiamo oggi la responsabilità delle scelte economiche, non facessimo nulla e lasciassimo che quel debito venisse ereditato intatto, o addirittura maggiorato, da loro?”.

A bocce ferme questo ragionamento non fa una grinza. Ragionando a questo modo si confonde pero’ l’importanza con la priorità.

L’importanza è data dalla necessità di avviare la riduzione del debito statale quando eccede una certa dimensione.

Ma la dimensione è un valore di grandezza, non un importo preciso. E’ assolutamente sbagliato fissare un importo fisso, cioè un tetto (a capocchia) alla dimensione del debito, perché la gravità del debito in definitiva non dipende dalla sua dimensione ma, per il debitore, da quanto costa il suo mantenimento e il suo rimborso, e per il creditore, dalla solidità e volontà di rimborso del debitore. Elementi variabili che non possono essere ingessati in una cifra rigida. 

Il debito (di uno Stato) è squilibrato sia quando e’ troppo (alto) che quando è troppo (basso). Infatti lo stesso Patto di Stabilità non chiede il rimborso totale del debito ma stabilisce che il 60% di debito sul Pil è la dimensione migliore del debito statale per una corretta funzionalità delle finanze statali.

La macro-economia accetta in linea di massima parametri di funzionalità, tuttavia essendo essi soggetti a infinite cause di variabilità, non possono essere costretti dentro a limiti rigidi di importo (come hanno fatto con il tetto del debito). Lo stesso Tremonti, dopo che ha lasciato la poltrona di ministro del Tesoro, ha fortemente criticato nel suo libro il Patto di Stabilità e le sue regole.

Anche se il debito dell’Italia (circa il 120% sul Pil) è oggettivamente alto, e necessita l’avvio di politiche per la sua riduzione, tuttavia fino al 2011 non c’era stata alcuna urgenza di farlo. L’urgenza (in Europa) di ridurre i debiti degli Stati Sovrani si è manifestata in seguito agli attacchi della speculazione internazionale (vedasi miei precedenti articoli), che ha messo il debito in tensione e le banche in crisi di liquidità.  

Per risolvere questo problema sarebbe bastato nazionalizzare le banche più esposte e mettere il freno alla finanza puramente speculativa. Se invece che Berlusconi ci fosse stato alla guida del paese un economista serio e capace, il problema si sarebbe risolto agevolmente senza mettere in sofferenza tutta l’economia. In quel periodo l’economia italiana tirava ancora bene e l’Italia non aveva nessun grave problema con i derivati finanziari. Nella nostra situazione debitoria qualunque buon statista avrebbe saputo che firmare il “Patto di Stabilita’” sarebbe stato come infilare da soli la testa dentro al cappio che ora ci strozza.

Adesso che hanno verificato che la tecnica funziona gli alfieri del liberismo sanno che per conquistare le nazioni non occorre più fare guerre, basta lasciare carta bianca agli speculatori e le vecchie potenze economiche cadono come pere mature.

Anche se in  misura minore a quanto accade in Europa, qualcosa del genere sta accadendo anche negli Usa e, benché Obama e Bernanke non siano certo Keynes, essi hanno comunque frenato e deviato quella spinta “iper-liberista” che ha invece colpito l’Europa.

Se nel 2012 avesse vinto Romney invece che Obama, tutto questo lo vedremmo ora molto più chiaramente.