Donne che correggono troppo
Ovvero: il ruggito dell’asino….o il raglio del leone, a discrezione del lettore.
Riflessioni e idee sulla scuola di ieri di oggi e, attimo di panico, di domani

Prologo
Dove si spiegano le ragioni dell’opera e se ne traccia una breve e probabilmente poco chiara introduzione.

Torno a casa tutta infervorata e felice, con l’ inaspettata e destabilizzante (per il clima familiare, intendo, non per il resto del mondo) notizia: finalmente mi metto a scrivere Il Mio Libro! Ho deciso, comincio stasera. Attimo di attesa perplessa. Mi scrutano quattro occhi impassibili e totalmente privi di solidarietà. Due sono di mio figlio, primo anno del tecnico agrario, molto entusiasmo per ping pong, videogame, scacchi, animali non da cortile, elefanti adottati a distanza e molto altro che ora non è il caso di citare, ma di sicuro niente che abbia a che fare con libri, in special modo con la narrativa. Magari i fumetti, ma non tutti, di sicuro non i romanzi o le memorie o i resoconti più o meno strampalati di una madre insegnante. Insomma, i primi occhi che mi guardano stupiti e interdetti sono i suoi.

Esclamo infervorata: “Mi ci metto stasera stessa!!! Anzi, subito! Ma dove scrivo, non ho un posto tranquillo, non ho un angolo dove mettermi in pace alla tastiera, ecco, questa volta che avevo proprio deciso e ce la potevo fare… ”

Gli altri due occhi che mi guardavano perplessi cambiano lievemente espressione. Mio marito (proprietario dei suddetti) inarca lievemente le sopracciglia ed esclama con la sua consueta flemma : “La Rowling scriveva su un tavolino a un bar mangiando brioche….. è diventata baronetto.” Ne convengo immediatamente e mi rincuoro. Straordinaria, la sua capacità di incoraggiare l’arte e gli artisti, ringrazio mentalmente il mio mecenate e ricomincio a pensarci su.

Vengo di nuovo interrotta nel mio rimuginare. Il consorte, flemmatico e vagamente beffardo, mi raccomanda di non utilizzare la formula prof+giallo+scenette familiari, in quanto già sperimentata con successo di pubblico e critica da una brava scrittrice torinese, i cui romanzi sono stati anche abilmente riadattati per il pubblico televisivo di qualche stagione fa. Il coniuge in versione mentore mi raccomanda inoltre di non citarlo tra i personaggi e di evitare di inserire nella narrazione epica delle mie vicende i nostri due figli nonché il nostro cane, indicazione che fin da ora mi permetto di non seguire, ritenendo ciascuno di essi, cane compreso, indispensabile allo sviluppo dell’intreccio da me ideato. Come posso non inserirli in un libro che parla di scuola? Fanno parte della mia vita, e la mia vita è intessuta e imbevuta di scuola. Sento già i brividi di decine di ipotetici lettori.

Lo devo ammettere, riesco con difficoltà a immaginare la mia vita senza la presenza inquietante e nello stesso tempo rassicurante della scuola. I miei più remoti ricordi non riescono a risalire tanto indietro nel tempo da arrivare a un’epoca della mia esistenza in cui la scuola non rientrasse in qualche modo. Ricordo una solerte vicina di casa, allora giovane supplente (ha poi svolto una regolare e onorevole carriera come insegnante di lettere nella scuola media) che si era incaponita, presa com’era da una forma incurabile di furor docendi, di insegnarmi a tutti i costi a leggere e scrivere prima che entrassi a buon diritto nei ranghi della scuola statale elementare.
Armata di entusiasmo missionario, la ragazza si produceva in spiegazioni e lezioni teorico-pratiche sull’alfabeto, costringendo la riluttante ma beneducata sottoscritta a riempire paginate di vocali e consonanti ancora per me del tutto prive di senso.

All’epoca avrò avuto qualcosa come cinque anni, poco meno o poco di più, ma credo che la mia incrollabile sicurezza che sia follia indirizzare chi ha meno di sei anni a un percorso scolastico che io giudico anticipato e controproducente abbia le sue radici proprio in quei lontani giorni di forzata alfabetizzazione, peraltro miseramente fallita. Riuscii non so come ad affrancarmi dalla tortura grafologica a cui ero mio malgrado sottoposta e mi fu concesso di essere iniziata ai piaceri della lettura e della scrittura a tempo debito, e cioè il primo ottobre 1967. A quei tempi, come si sa, la scuola iniziava il primo ottobre e nessuno si sognava di dire che gli insegnanti stavano troppo in vacanza. Munita di grembiulino bianco e fiocco rosso – i mutamenti cromatici del fiocco rappresentavano visivamente la gerarchia degli scolaretti che, dalla prima alla quinta, passavano dal fiocco rosso al giallo al rosa al verde al blu. Il grembiule rimaneva rigorosamente bianco per le femmine, nero per i maschi che, siccome erano più agitati e maldestri per contratto, si sporcavano di più mentre le bambine erano tacitamente obbligate a preservarne il candore con un comportamento integerrimo e controllato. Altri tempi, altre situazioni, ma al di là dei cambiamenti rimangono i rapporti umani, l’incontro tra chi insegna, o dovrebbe farlo, e chi impara, o dovrebbe farlo.

Scrivere un libro, perché? Perché qualcuno lo legga e condivida alcuni miei pensieri legati al mondo che conosco meglio, quello della scuola . Anche alcuni miei ricordi, ma pochi, perché non mi piace molto diffondere e divulgare ciò che riguarda la mia vita. Parte di essa, però, è trascorsa sui banchi di scuola, un’altra parte dall’altro lato della cosiddetta barricata, da dietro la cattedra si vedono molte cose , molte altre non si notano nemmeno e soprattutto molte non le noto io, che notoriamente non vedo l’acqua in Arno nemmeno sporgendomi bene dal parapetto. Ho comunque accumulato quintali e tonnellate di esperienze che si riaffacciano spesso e sembrano chiedermi di farle emergere.

Scrivo come scrivevo quando stavo, trent’anni fa ormai, nel banco del liceo, quando scrivevo il tema (allora andavano ancora di moda, ora ci dicono che sono testi obsoleti, scollati dalla realtà e che vanno assegnati compiti più realistici come testi descrittivi regolativi e altre perversioni che preferisco tacere perché scrivendo il mio libro mi voglio divertire, altrimenti finisce lo scopo). Dicevo, scrivo come scrivevo al liceo, non faccio brutta copia, non faccio scaletta delle idee, non pianifico un bel niente, trent’anni fa mi mettevo lì (ora mi metto qui) e scrivevo, anche ora scrivo di getto, scrivo senza pensare alle conseguenze (quali?) solo per un furor tastieristico di cui io stessa mi stupisco e mi compiaccio. Decido almeno per sommi capi l’argomento generale del mio libro: racconti di scuola. Riconosco di non essere molto originale, ma ogni ricordo e ogni episodio, pur essendo personali e unici, possono offrire spunti di riflessione. Nel raccontarli ricorrerò più alla memoria che alla fantasia e se cambio o evito di citare nomi e di inquadrare precisamente luoghi e situazioni è solo per evitare che qualcuno si riconosca e si senta troppo inquadrato dal riflettore del mio ricordo.


Capitolo 1 
Dove si scopre che, contrariamente a ogni previsione e al comune buonsenso, i docenti detengono un invisibile ma innegabile potere, di cui essi stessi risultano il più delle volte inconsapevoli.

Io ho due figli adolescenti e fin da quando erano piccoli mi interessava notare quali rapporti intrecciavano coi loro insegnanti, quasi in una forma di deformazione professionale… quante differenze! Di alcuni rimaneva il vuoto cosmico, altri invece erano venerati e citati con tono di riverente ammirazione, in certi casi addirittura potrei parlare di affetto. Non sempre le opinioni dei miei figli coincidevano o coincidono con le mie, ma ho sempre pensato con sacro terrore al potere invisibile e misconosciuto che queste persone, in modo anche involontario, esercitavano e tuttora esercitano sulla formazione dei miei figli, influenzandone le idee, l’atteggiamento nei confronti della conoscenza, l’apertura verso il mondo e lo sviluppo del pensiero critico. Nel chiuso delle loro aule, dove passano gran parte dei loro anni infantili e adolescenziali, i nostri ragazzi respirano anche un po’ la loro visione del mondo e ne sono, lo credo proprio, inevitabilmente influenzati.

Penso e ricordo la mia esperienza personale: negli anni sessanta la scuola materna, allora chiamata non solo ufficiosamente “asilo”, era frequentata quasi solo dai ragazzini non potevano essere accuditi in famiglia, dalla mamma. Io stessa cominciai a frequentarlo solo a cinque anni, l’idea di fondo era che ci si doveva abituare a uscire dall’ovattato mondo familiare prima di iniziare l’impatto con la scuola elementare. Shock culturale. Giochi e canzoncine non riuscivano a sostituire il noto e rassicurante guscio familiare lasciato malvolentieri e più o meno palesemente rimpianto. Non ricordo, nel mio caso, particolari traumi, poco o niente si è incastonato a imperitura memoria dentro di me. Ma non posso fare a meno di pensare che le esperienze che più lasciano traccia rimangono a volte sepolte dentro di noi, senza che la memoria consapevole e cosciente ne mantenga traccia.

Ora come allora. Uno sguardo, una frase, una reazione spazientita, un sorriso, un successo, un’atmosfera gradevole o al contrario la tensione e magari una subdola malevolenza, possono rimanere incollati addosso in modo indelebile, appunto e soprattutto perché non ricordati né metabolizzati ed elaborati coscientemente. E’ a questo che mi riferisco parlando del potere occulto e sottovalutato di noi insegnanti. Se questa consapevolezza fosse resa nota, se ci si prendesse la briga di puntarci i riflettori, di rifletterci seriamente sopra, come apparirebbe evidente l’importanza e il ruolo di ogni docente, al di là dell’ordine e grado scolastico. Volenti o nolenti, si incide, si lascia il segno. L’etimologia non permette vie di fuga: in + signum. Se insegno, questo segno lo lascio. E certo non è un segno fatto solo di conoscenze. Può e magari deve esserlo, ma quella è la punta dell’iceberg, rispetto alla traccia ancora più profonda che incidiamo nella malleabile cera dell’età evolutiva.

Ora penso ai miei alunni: a quanti avrò passato il gusto di leggere una bella pagina o una poesia, a quanti avrò insegnato che porsi una domanda è meglio che accontentarsi di una risposta e che un errore non è un marchio indelebile ma l’occasione per porsi problemi, trovare nuove soluzioni? In fondo, il mio limite è proprio quello di considerarmi qualcosa di più di una professionista della scuola e credere di lasciare una traccia importante nei miei ragazzi mi dà quasi una vertigine da delirio di onnipotenza. Esagero?  Ma se il mondo sapesse quanto siamo silenziosamente importanti, forgiando i futuri cittadini lentamente, quotidianamente, cesellandone le idee e indirizzando il loro pensiero, magari anche in direzione opposta alla nostra, ma appunto per reazione a quanto noi proponiamo!

Quarta di copertina

E’ una biografia……no, è un romanzo di formazione…..no, è un saggio sulla scuola e sulla sua evoluzione nell’arco dell’ultimo trentennio….no, è…..

Da questo insieme di ricordi, ritratti di personaggi vissuti o immaginati, episodi troppo banali per poter essere realmente accaduti o troppo strampalati per essere stati inventati, nasce un libro originale e autoironico, per esplorare i meandri di questo universo imprevedibile e difficilmente catalogabile che è il mondo della scuola, pretenzioso quanto perennemente in crisi, ma capace di autorigenerarsi risorgendo come una mitica fenice dalle proprie ceneri, forte della linfa che assorbe quotidianamente da quella meravigliosa bomba energetica che è la giovinezza dei suoi incauti fruitori.

Biografia dell’autrice

Sara Renda, insegnante. I suoi interessi spaziano dalla lettura al cinema agli animali e ai viaggi, possibilmente in altri continenti, in particolare in Africa e dintorni. Gestisce in modo un po’ rocambolesco una famiglia composta da marito, due figli adolescenti, un cane, varie tartarughe terrestri e acquatiche, nonché due porcospini raccolti orfani e ormai abituali e grassottelli abitatori del giardino di casa. Considerata comunemente logorroica, si è dedicata alla scrittura per ampliare il ventaglio degli sventurati che volenti o nolenti sono così costretti ad ascoltarne gli sproloqui, talvolta espressi in uno strettissimo slang didattichese.
sara.renda@libero.it