Il mio amico Vigly mi ha presentato la signora Sue Austin. Non proprio di persona, naturalmente, ma mi ha inoltrato un video dove costei, col suo bell’accento british, racconta il suo percorso artistico che include, nientemeno, una sedia a rotelle e un fondale marino. Mi rendo conto non essere una storia recentissima (risale a quasi un anno fa, questo video) però io l’ho trovata adesso e adesso ve ne racconto.

La signora Austin si immerge a favore di camera in occhiali da sole e vesticciuola primaverile; molto diversamente configurata, cioè, da come faccio io e chi di voi ne sa di subacquea. Ars gratia artis, come si suol dire. Ma il punto su cui voglio soffermarmi non è il valore artistico –indubbio- della ripresa, quanto piuttosto il messaggio che essa vuole trasmettere.

Il primo momento in cui Sue si sente di nuovo una persona libera e simile a tutte le altre, racconta lei stessa, è quello in cui riceve una sedia a rotelle a propulsione elettrica. Un ulteriore impulso al senso di leggerezza e totale padronanza di sé e della propria vita decide di concederselo modificando la sua seggiola e rendendola anfibia. Le pinnette in plexiglass, le eliche sotto la seduta, una bombola fissata dietro lo schienale e un erogatore. Il gioco è fatto. La futuristica attrezzatura di Sue è collaudata e pronta per essere usata. Sembra ovvio, scontato. Immergersi e sentirsi tutt’uno coll’acqua, fluttuare senza peso nel blu. Sensazione di grande libertà, no? Pensate a chi questa libertà sulla terraferma non ce l’ha.

Mi è capitato di immergermi con persone portatrici di handicap. La prima volta, anni fa in Messico, con un ragazzo poco più grande di me, completamente paralizzato dal tronco in giù. Lo montavano sulla lancia, lo aiutavano a vestirsi per quel che non riusciva da solo, anche se era piuttosto autonomo, e lo calavano a braccia in acqua. Una volta in mare era perfettamente in grado di gestire la sua immersione come tutti noi. Solo, non pinneggiava, è naturale, ma nuotava con l’aiuto delle braccia.

Rimanemmo in immersione più a lungo degli altri, avendo più aria, e fra me e me mai sentii nemmeno per un secondo l’ansia di avere in affidamento questo ragazzo (non ce l’avevo, infatti: sapeva benissimo badare a sé!) tanto capace quanto sereno. Fu forse la parte più bella e piena dell’immersione. Questo per dirvi che là sotto lui, che in barca era impacciato e doveva essere aiutato a fare tante cose, pur malvolentieri, stava bello preciso tanto quanto me, che avevo (ed ho a tutt’oggi) tutti e 4 gli arti perfettamente funzionanti. E penso che si sentisse decisamente libero e al pari di tutti gli altri, una volta sott’acqua. Dove non importava avere i piedi funzionanti, o i quadricipiti esplosivi. Con la spinta delle braccia faceva esattamente come il resto del gruppo. Se non meglio.

Ripenso quindi a Sue, alla sua peculiare forma d’arte, e alla potenza del messaggio che quel vestitino che fluttua nelle chiare acque dove si immerge, quella sedia pimpata degna di Q, l’inventore dei mirabolanti aggeggi di James Bond, e quei capelli che si dondolano con la corrente ci consegnano. Cosa dà più libertà del mare? E mi chiedo chissà dov’è oggi il mio amico spagnolo che nuotava con le manine…