“I capi della Chiesa spesso sono stati narcisi, lusingati e malamente eccitati dai loro cortigiani. La corte è la lebbra del papato”. A parlare è Papa Francesco in un’intervista rilasciata una settimana fa a Eugenio Scalfari e pubblicata oggi su Repubblica. Nel giorno in cui iniziano le riunione degli otto cardinali chiamati dal Pontefice argentino a consigliarlo nel governo della Chiesa universale e a studiare un progetto di riforma della macchina curiale, Bergoglio punta il dito sulla Curia che definisce “Vaticano-centrica”. “Vede e cura gli interessi del Vaticano, che sono ancora, in gran parte, interessi temporali. Questa visione Vaticano-centrica trascura il mondo che ci circonda. Non condivido questa visione e farò di tutto per cambiarla”.  

Per Papa Francesco “l’ideale di una Chiesa missionaria e povera rimane più che valida”. Una Chiesa che riprenda quanto testimoniato dal poverello di Assisi sulla cui tomba Bergoglio pregherò venerdì prossimo in un viaggio che già si preannuncia storico. “Quando ho di fronte un clericale – confessa il Papa a Scalfari – divento anticlericale di botto. Il clericalismo non dovrebbe aver niente a che vedere con il cristianesimo. San Paolo che fu il primo a parlare ai gentili, ai pagani, ai credenti in altre religioni, fu il primo a insegnarcelo”.  

Nel suo dialogo con il fondatore di Repubblica Francesco, che cita più volte il cardinale Carlo Maria Martini, sottolinea che dopo il Concilio Vaticano II poco è stato fatto per aprire alla cultura moderna nel senso dell’ecumenismo religioso e del dialogo con i non credenti. “Io – afferma il Papa – ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare”. E poi un’altra critica all’istituzione ecclesiale: “Molto spesso la Chiesa come istituzione è stata dominata dal temporalismo e molti membri e alti esponenti cattolici hanno ancora questo modo di sentire”. Bergoglio svela anche particolari inediti sulla sua elezione al pontificato e persino l’idea non remota di rifiutare di diventare vescovo di Roma. “Prima dell’accettazione – racconta il Papa – chiesi di potermi ritirare per qualche minuto nella stanza accanto a quella con il balcone sulla piazza. La mia testa era completamente vuota e una grande ansia mi aveva invaso. Per farla passare e rilassarmi chiusi gli occhi e scomparve ogni pensiero, anche quello di rifiutarmi ad accettare la carica come del resto la procedura liturgica consente. Chiusi gli occhi e non ebbi più alcuna ansia o emotività. A un certo punto – prosegue Francesco – una grande luce mi invase, durò un attimo ma a me sembrò lunghissimo. Poi la luce si dissipò io m’alzai di scatto e mi diressi nella stanza dove mi attendevano i cardinali e il tavolo su cui era l’atto di accettazione. Lo firmai, il cardinale camerlengo lo controfirmò e poi sul balcone ci fu l’habemus Papam“.