Dopo l’uscita dell’intervista di Scalfari a Bergoglio, che fa seguito a un sorprendente scambio epistolare tra il Pontefice e il fondatore di “Repubblica”, mi pare opportuno tentare una riflessione filosofica almeno un poco articolata sul loro confronto. Per ragioni di lunghezza (si tratta pur sempre di ragionamenti difficilmente ‘comprimibili’), ho deciso di scorporare il mio intervento in quatto diversi articoli, che usciranno con cadenza giornaliera. Ecco il primo:

Le lettere firmate da Ratzinger e Bergoglio ‒ ed indirizzate a Odifreddi e Eugenio Scalfari ‒ rappresentano un fatto non solo eccezionale, ma anche alquanto significativo perché dà indirettamente conto della svolta, ormai definitiva, che ha interessato la forma politica  del Cattolicesimo romano. La portata di questa trasformazione non potrà essere analizzata in tutta la sua profondità. Mi limiterò pertanto ad alcune considerazioni preliminari, prima di abbozzare, negli articoli a seguire, una più attenta riflessione sul confronto tra Bergoglio e il fondatore di “Repubblica” (quanto a quello col matematico impertinente, direi invece che prima di trarre qualsivoglia conclusione è doveroso attendere la versione completa della replica del “Papst außer Dienst”, il “Papa a riposo” preconizzato da Nietzsche la cui profezia ha trovato in Benedetto XVI crepuscolare ma inaspettato adempimento).

Tanto per suggerire la misura dell’impronta innovatrice di Bergoglio, vorrei richiamare l’incipit, durissimo, della famosa Lettera di Giuseppe Mazzini al clero italiano (1850): “La parola di Pio IX non esce da Roma”. Trattasi infatti di “anatema alla libertà” e “condanna all’educazione del genere umano”. Quella del Papa, incalza Mazzini, “è parola d’uomo che trema, e che maledice. Il divorzio fra il mondo e lui, fra il popolo dei credenti, ch’è la vera Chiesa, e l’aristocrazia fornicatrice che ne usurpa il nome, v’è sculto a ogni sillaba. Da lunghi anni il papato ha perduto la potenza d’amare e di benedire”. Inutile dire che la Chiesa immaginata da Francesco (molto lontana, a mio parere, dal populismo reazionario di Wojtyła), intende muovere in direzione diametralmente opposta: non solo la sua parola vuol essere tutt’altro che ‘romana’, ma è proferita col precipuo scopo di ricucire il “divorzio” fra il mondo e la Chiesa, o meglio: fra il Catechismo della Chiesa Cattolica (nonché la sua Dottrina sociale) e la modernità secolarizzata. Bergoglio non “trema” né “maledice” ma, con contegno gentile, non si sottrae alle obiezioni ‒ talora un animato J’Accuse ‒ che una fetta consistente della cultura contemporanea rivolge alla fede cristiana.

Ma veniamo al contenuto della lettera. Alla domanda di Scalfari, che chiede quale sia la posizione della Chiesa rispetto a una persona che “non ha fede né la cerca”, se questi sia cioè irrimediabilmente un peccatore, Bergoglio risponde: “Premesso che – ed è la cosa fondamentale – la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza”. Si tratta di un’affermazione decisiva: il peccato si configura qualora si agisca contro la coscienza. Eppure nel Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 1849), che riprende alla lettera Sant’Agostino (Contra Faustum manichaeum), il peccato viene definito come “una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna” (“Peccatum est, factum vel dictum vel concupitum aliquid contra aeternam legem”). E “Legge eterna” è anzitutto quella incisa sulle tavole donate da Dio a Mosé sul Monte Sinai, di cui è dato conto (seppur in differenti versioni) sia nell’Esodo (20, 2-17) che nel Deuteronomio (5, 6-21). “Legge eterna”, per definizione, è dunque la Legge divina, il cui ultimo significato trascende i limiti dell’esperienza umana (si tratta infatti di una Legge rivelata, che come tale non è né un prodotto né un semplice ‘conseguimento’ dell’uomo). Ecco allora che da un punto di vista dottrinale l’asserzione di Bergoglio configura un radicale ribaltamento dell’argomento agostiniano: “obbedire alla propria coscienza” è cosa ben diversa dall’obbedire alla “Legge eterna” promulgata da Dio. Da una parte, infatti, il fondamento della Legge è espressamente teologico ‒ e trascende il dominio dell’umano ‒, dall’altra appare invece insito nell’essenza del cogito, dunque dell’autocoscienza del soggetto. Beninteso: è possibile contrapporre a quest’interpretazione l’opzione, ancora una volta di matrice agostiniana, per cui Dio, nella sua paradossale contraddittorietà, sarebbe ciò che è insieme “intimius intimo meo et superius summo meo”, “più intimo a me di me stesso e superiore a ciò che c’è in me di più alto” (Conf. III, 6, 11). Così dicendo verrebbe infatti giustificata l’esatta coincidenza ‒ ed assoluta inscindibilità ‒ della Legge di Dio e della coscienza umana della Legge. Tuttavia, se anche si ammettessero queste premesse (del tutto infondate a giudizio di chi scrive e accettabili solo per chi crede), resta il fatto che nel momento in cui la Legge divina fosse già in quanto tale insita nella coscienza dell’uomo, ciò rivelerebbe già di per sé la patente ‘curvatura’ soggettivistica dell’intero paradigma.

Ma non è tutto. L’argomento di Bergoglio contravviene infatti anche un altro dei cardini della dottrina cristiana. Pur facendo seguito ad una rigorosa avvertenza (“senza la Chiesa – mi creda – non avrei potuto incontrare Gesù”), la considerazione di Francesco secondo cui il “peccato, anche per chi non ha la fede”, consiste nell’agire “contro la coscienza”, lascia presagire che esista una sorta di ‘salvezza laica’ per coloro che, in quanto non credenti, si pongono al di fuori della Chiesa. Il che costituisce però una palese sconfessione del celebre extra ecclesiam nulla salus: non c’è salvezza fuori dalla Chiesa (frase che parafrasa San Cipriano ‒ il quale, in un’epistola a Stefano I, scrisse appunto “Salus extra ecclesiam non est” ‒ e che può inoltre vantare tutta una serie di riprese e conferme, dal Catechismo del Concilio di Trento (articolo 114) al Catechismo di Pio X (articolo 169), e financo, in epoca più recente, alla Costituzione dogmatica Lumen gentium del Concilio Vaticano II, in cui viene detto espressamente che la “Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza”).

Continua…