La scorsa settimana sono stata in piazza Montecitorio a fianco dei ricercatori e degli scienziati che chiedono al governo di non applicare le restrizioni apportate dal Parlamento alla Direttiva europea che regolamenta la ricerca sugli animali.

Sono sempre stata dalla parte della scienza, della ricerca, della ragione e lo sono anche in questa battaglia difficile e impopolare. Subito dopo aver dichiarato in Aula che non condividevo gli emendamenti approvati dal Senato in merito all’articolo 13, che è quello che ha recepito la Direttiva europea in maniera restrittiva, sono stata accusata di volere un nuovo Green Hill. Nulla di più falso. Né io né i ricercatori naturalmente siamo dei sadici, senza cuore, insensibili alla sofferenze degli animali, al punto di volerli vivisezionare a tutti i costi.

Così come non lo sono i legislatori europei che avevano messo a punto una Direttiva equilibrata, che rappresenta il giusto compromesso tra le necessità della ricerca e il benessere animale, ispirato alla cosiddetta regola delle tre R:

Reduction” (“riduzione”) del numero di animali utilizzati, che deve essere ridotto al minimo necessario a ottenere risultati statisticamente significativi.

Replacement” (“sostituzione”) dell’uso di animali con metodi alternativi. L’Ue favorisce la messa a punto e l’uso di metodi alternativi ed ha infatti creato un centro per la convalida dei metodi alternativi.

Refinement” (“affinamento”) si riferisce all’uso di metodi di anestesia, soppressione e procedure chirurgiche e non che riducano il più possibile, o addirittura eliminino del tutto, il dolore e lo stress subiti dagli animali nel corso dell’esperimento.

Purtroppo nella religione, come nella politica o nei vari movimenti come in quello degli animalisti esistono i fondamentalisti, coloro che devono estremizzare tutto, che non ascoltano ragioni che siano diverse dalle loro, il cui amore e la cui buona fede (perché sono convinta che non ci sia nessun altro interesse) rendono ciechi e provocano danni. Sono coloro, come la senatrice Brambilla, che vorrebbero bloccare ogni tipo di ricerca, puntando, come sta avvenendo sul caso Stamina, sugli aspetti emotivi della vicenda.

I filmati con i cuccioli di animali rinchiusi in gabbia e la balla della vivisezione sui cani randagi sono cose che commuovono e allo stesso tempo fanno rabbrividire chiunque.

Non si dice però che in Italia l’uso di animali randagi per sperimentazione è vietato fin dal 1991 e questo divieto assoluto rimane anche con la nuova Direttiva europea.

O che solo attraverso la sperimentazione sugli animali la ricerca scientifica può compiere dei passi avanti nella lotta a malattie come il cancro, o alla sperimentazione di nuovi farmaci salvavita.

Non dice che la ricerca biomedica, oltre a significare la speranza di vita e di una migliore qualità della stessa per milioni di persone malate, rappresenta anche una straordinaria occasione di sviluppo e di lavoro qualificato per migliaia di giovani ricercatori e ricercatrici, altrimenti costretti a mettere a frutto altrove le competenze acquisite in Italia.

Non si dice che se imponessimo le limitazioni che il testo approvato in Parlamento prevede ci condanneremo a condizioni di inferiorità con il resto d’Europa. Non solo, creeremmo un ulteriore handicap per la ricerca italiana, handicap di cui non abbiamo certo bisogno.

Non si dice quello che è un’ovvietà assoluta: gli animali dall’origine dell’umanità sono stati utilizzati e si utilizzano per nutrirci, per vestirci, e non si comprende perché non dovrebbero essere utilizzati, in mancanza di alternative, per curarci.

Io sinceramente tra provare a guarire un bambino dal cancro o proteggere un ratto non ho dubbi, così come non ne ha quasi nessuno quando si tratta di disinfestare le proprie case da un’invasione di topi. E non si capisce in base a quale principio si dovrebbe vietare di usare usarne la valvola cardiaca di un maiale per salvare al vita a un cardiopatico e consentire che si continuino a fare prosciutti.

Non cadiamo nello stesso errore fatto con la legge 40 sulla fecondazione assistita che ha posto numerosi limiti alla libertà di ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali, mettendoci di fatto fuori dall’Europa in questo settore: senza ricerca non c’è speranza, non c’è crescita, non c’è futuro.