Damiana guarana SurvivalDamiana è in piedi sul ciglio di una strada brasiliana e inizia a cantare; in mano ha una maraca decorata di piume blu ricavata da una zucca. Per terra è pieno di spazzatura. Dietro di lei c’è una baracca di ondulati e teli laceri. I camion sfrecciano veloci, il rumore sovrasta le sue invocazioni.

Damiana Cavanha è una Guarani, uno dei primi popoli contattati dopo l’arrivo degli Europei in Sud America. Un tempo, i Guarani del Brasile occupavano un territorio di foreste e pianure grande circa 350.000 km2: cacciavano, e nei loro orti coltivavano manioca e granoturco. Ma nell’ultimo secolo hanno perso quasi tutta la loro terra. Le loro foreste sono state rubate e trasformate in grandi allevamenti, campi di soia e piantagioni di canna da zucchero. “Siamo rifugiati nella nostra stessa terra” dice Damiana.

Dieci anni fa, gli allevatori minacciarono Damiana e la sua famiglia, e la sfrattarono dalla terra ancestrale. Non le lasciarono altra possibilità che quella di ricostruire la sua casa e la sua comunità, Apy Ka’y, in una sottile striscia di terra rossa e sporca, al lato della strada. Vive delle misere razioni di cibo passate dal governo e dell’acqua contaminata di pesticidi che conserva nelle bottiglie di plastica gettate via dai camionisti di passaggio. “Quando piove, beviamo acqua sporca come i cani.”

Damiana ha perso il marito e tre figli, investiti e uccisi uno dopo l’altro sulla pericolosa strada che passa a pochi metri dalla sua capanna. “Erano i miei tre guerrieri” mi dice. Sua zia è morta dopo esser stata inondata dai pesticidi spruzzati da un aeroplano. La sua vita è un incubo.  

Come se non bastasse, recentemente il suo accampamento è stato divorato dalle fiamme, che hanno ridotto in cenere la sua casa e quei pochi beni che le rimanevano, costringendola alla fuga. Sembra che l’incendio sia divampato nella piantagione di canna da zucchero di São Fernando, che occupa la terra ancestrale della comunità. Le cause sono ancora da accertare. “Le tende, i vestiti, il cibo, le pentole, i materassi… è bruciato tutto!” ha detto Damiana. “Abbiamo perso tutto, ma non la speranza di ritornare nella nostra terra ancestrale.”

Questo barlume di speranza è stato a lungo la sua unica consolazione, il piccolo obiettivo confortante che l’ha sostenuta attraverso un girone dantesco fatto di sfratti brutali, paura, umiliazioni, lutti, malattia e depressione. Come molti altri Guarani, Damiana sta progettando una “retomada” – la rioccupazione della terra. Non sarà facile, e sarà certamente molto pericoloso: altri Guarani sono stati uccisi mentre cercavano di farlo. La presenza inquietante di alcuni “pistoleiro” in una jeep dai vetri oscurati parcheggiata vicino alla sua capanna, le ricorda costantemente il valore della terra in Brasile, e il prezzo che potrebbe pagare per le sue azioni.

Ma per Damiana, come per altri Guarani, la terra ancestrale è il pilastro dell’identità. La linea di demarcazione tra il mondo naturale esterno e il mondo interiore, è molto sottile. Vivere scollegati dalla terra è come stare in purgatorio. Per alleviare la sofferenza psicologica di Damiana – e di tutti i popoli tribali del mondo – si può rispondere solo con il diritto alla terra e all’autodeterminazione. Le statistiche dimostrano che quando possono vivere autonomamente sulle loro terre, i popoli tribali sono molto più sani e felici di quelli che vengono sradicati e costretti a “progredire”. “Se non gli vengono rubate le terre sotto i piedi, i popoli tribali non sono particolarmente fragili” spiega Stephen Corry nel suo libro “Tribal peoples for tomorrow’s world”. “Sono in grado di sopravvivere e di adattarsi alle nuove circostanze come ognuno di noi.”

Quindi, per Damiana la resistenza è necessaria, la “retomada” inevitabile. E ora che le fiamme le hanno tolto anche quel poco che era costretta a chiamare “casa”, la sua determinazione è più forte che mai. “Ritorneremo in quella terra. A costo di farci uccidere, noi torneremo.”

ULTIMA ORA: aggiornamento. Pochi giorni dopo la scrittura di questo pezzo, Damiama ha guidato la sua comunità a rioccupare un lembo della terra ancestrale, un piccolo fazzoletto di foresta pluviale oltre la strada. Quello dove suo padre viveva e pregava; dove sono sepolti i suoi bambini, i padri e i nonni della sua comunità. Ora che la retomada è stata effettuata, lei e il suo popolo sono più vulnerabili che mai. Il sostegno dell’opinione pubblica è vitale

© Survival International 
di Joanna Eede, Survival International  (traduzione di Alice Farano)