Un anno di processo e una richiesta di pena pesante: dieci anni di carcere per aver cercato e ottenuto voti da Cosa Nostra. E’ quanto sostenuto dalla procura di Catania nei confronti di Raffaele Lombardo, l’ex governatore della Sicilia sotto processo per concorso estero in associazione mafiosa e voto di scambio. Dopo dodici mesi di udienze, il capo della procura etnea Giovanni Salvi è intervenuto personalmente in aula per formulare la richiesta di pena davanti al giudice per l’udienza preliminare Marina Rizza.

Lombardo, che ha annunciato di voler rinunciare alla prescrizione, è sotto processo con il rito abbreviato dal 30 ottobre scorso, quando il giudice per le indagini preliminari Luigi Barone aveva bocciato la richiesta d’archiviazione della procura, ordinando l’imputazione coatta per l’ex presidente siciliano. Una vicenda giudiziaria complessa quella del leader del Movimento per l’Autonomia, finito nei guai a causa dell’inchiesta Iblis, la maxi indagine della procura etnea sulle cosche catanesi. Nelle migliaia di intercettazioni tra boss mafiosi e colletti bianchi era spuntato più di una volta il nome dell’allora potentissimo governatore della Sicilia. “Ma scusa, ma allora questi voti perché glieli abbiamo dati?” dice il boss Enzo Aiello al geologo Giovanni Barbagallo il 20 aprile del 2008, mentre la sua voce rimane impressa nelle bobine degli inquirenti.

“Questi” sono i fratelli Angelo e Raffaele Lombardo. Che oltre ai voti avrebbero ricevuto dalle cosche anche denaro per la campagna elettorale. “I soldi, gli ho dato i soldi nostri” dice sempre Aiello, considerato ai vertici del clan Santapaola. Denaro per circa settecentomila euro, secondo il collaboratore di giustizia Gaetano D’Aquino. “La promessa che venne fatta – racconta il pentito – era quella di favorirci mediante la facilitazione nell’attività che prevedevano l’intervento diretto o indiretto della politica. I voti venivano comprati mediante la dazione di denaro o la consegna di generi alimentari. Il denaro che utilizzavamo era quello che ci davano i politici. Per quanto concerne i Lombardo, che non diedero denaro, ricordo che in occasione della prima campagna elettorale di cui mi occupai, fui io stesso a mettere il denaro necessario sborsando 17mila euro in contanti”.

A carico di Lombardo ci sono anche le dichiarazioni di un altro collaboratore di giustizia, Maurizio Di Gati, che ha spiegato ai magistrati come la scelta di votare per il Movimento per l’Autonomia fosse diffusa e condivisa in tutta Cosa Nostra.”Dopo il 2001 l’ordine era quello di votare per l’Mpa di Raffaele Lombardo. Era un partito emergente e tutti lo appoggiavano, c’erano relazioni abbastanza buone per noi uomini d’onore e se ne avevamo bisogno ci potevamo rivolgere a quel partito per quanto riguardava sia gli appalti sia per altre cose di cui avevamo bisogno in quel momento” è il quadro descritto dal collaboratore di giustizia. Il rapporto di Lombardo con le cosche sarebbe però immortalato anche da un’altra intercettazione, sempre agli atti dell’inchiesta Iblis, dove a parlare è il boss Rosario Di Dio.

“La sera prima delle votazioni – dice il boss intercettato – avevo la sorveglianza speciale, è venuto qua con suo fratello Angelo, si è mangiato otto sigarette, gli ho detto: Raffaele, ma io che ho la sorveglianza speciale, come ci vado a cercare le persone e andargli a dire … Lo posso fare domani, ormai questa sera è troppo tardi. Domani alle sei di mattina mi metto all’opera, chiami a tuo fratello Angelo, ce ne andiamo a Catania”. Elementi probatori che per il gip Barone sarebbero schiaccianti, dato che nell’ordinanza di imputazione coatta il magistrato scrive: “I fratelli Lombardo hanno direttamente o indirettamente sollecitato la “famiglia” catanese di Cosa nostra a ricercare voti, in loro favore o in favore del partito politico di cui Raffaele Lombardo è il leader, in occasione delle elezioni europee del 1999, di quelle amministrative provinciali del 2003, delle europee del 2004, delle regionali del 2006, delle nazionali, comunali e regionali del 2008″.

Travolto dall’inchiesta giudiziaria a suo carico Lombardo si era dimesso da presidente della Sicilia il 30 luglio del 2012, annunciando la volontà di abbandonare la vita politica. Alle ultime elezioni regionali, proprio mentre il gip Barone ne ordinava l’imputazione, ha fatto eleggere il figlio Toti all’Assemblea Regionale Siciliana, mentre alle ultime politiche ci ha ripensato, ricandidandosi in prima persona al Senato, ma non riuscendo ad approdare a Palazzo Madama. Dopo Cuffaro è il secondo governatore consecutivo ad finire sotto processo per fatti di mafia.