Dopo mesi di attesa, si è finalmente aperto all’Aja il processo per il sanguinoso conflitto post-elezioni keniota del 2007, quando persero la vita 1000 persone e 600000 furono costrette ad abbandonare le proprie case. Alla sbarra l’attuale presidente Uhuru Kenyatta, in carica da aprile ed il suo vice Ruto.

Il processo doveva partire a luglio ma una serie di questioni procedurali sollevate dalla difesa, incluso un “legittimo impedimento” avanzato dagli avvocati degli uomini africani, ha fatto slittare a ieri mattina l’avvio del procedimento del filone contro William Ruto mentre il presidente Kenyatta, dovrà comparire all’Aia a novembre. In tribunale anche Joshua Sang, ai tempi dell’eccidio speaker radiofonico dell’antenna di stato keniota: secondo l’accusa, i due uomini ed il presidente, sarebbero i mandandanti delle violenze scoppiate all’indomani delle elezioni presidenziali del 2007. Kenyatta e Ruto, ai tempi dei fatti contestati, erano avversari politici.

Il calendario stilato dalla Corte è stato fino ad oggi rispettato, tenendo conto di una questione procedurale : in base alla Costituzione keniota, Presidente e vice-Presidente, non possono allontanarsi contemporaneamente dal paese. Problema non da poco per l’Aia che si è dovuta cimentare in un complesso lavoro di “calendar planning”, organizzando una staffetta per consentire lo svolgimento del processo, ed evitare ulteriori tensioni con il Kenya.  

 

Nel corso della prima udienza, il Pubblico Ministero, Fatou Bensouda, ha respinto al mittente le pesanti accuse di “anti-africanismo” mosse alla Corte (la Signora, in carica dallo scorso anno, è originaria del Ghana) dalla difesa dei leader kenioti ed ha sottolineato la difficoltà che l’Aia ha riscontrato nel trovare testimoni disposti a parlare. In molti, infatti, sarebbero stati sottoposti a pressioni e minacce. Come da copione, alla lettura dei capi d’imputazione (omicidio, deportazione e persecuzione su base etnica), Ruto si è dichiarato non colpevole. I suoi avvocati hanno contestato il procedimento definendolo “processo farsa“.

Quella del 10 settembre 2013, resterà comunque una giornata storica per gli 11 anni di attività della Corte Penale Internazionale: questa volta, alla sbarra, non ci sono alti ufficiali o “signori della guerra” ma i vertici politici di uno degli stati chiave del continente africano. Un caso reso certamente più complesso dall’atteggiamento, apparentemente, “collaborativo” degli imputati: le istituzioni keniote, infatti, hanno sempre manifestato l’intenzione di rispettare gli impegni con l’Aia ed i due uomini africani hanno sempre risposto alle chiamate della Corte; per questa ragione, infatti, la CPI decise a suo tempo di non spiccare contro di loro mandati di cattura -come al contrario è avvenuto per il “latitante di lusso”, Omar Al Bashir-.

Ma in realtà, la diplomazia del paese africano è al lavoro da un po’: ad aprile era stato richiesto un intervento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu affinchè venisse chiesto alla CPI di sospendere il procedimento (il Consiglio di Sicurezza ha, in realtà, solo potere di riferire alla Corte a proposito di casi che riguardano paesi non firmatari dello Statuto di Roma, come nel caso della Libia) mentre a giugno, l’Unione degli Stati Africani, aveva ribadito la sua assolutà contrarietà all’avvio del processo Rutto-Kenyatta.

L’ultimo colpo di scena è arrivato appena la settimana scorsa: il parlamento keniota, ha infatti votato a maggioranza il ritiro dell’adesione alla Corte Penale. Un segnale chiaro, raccolto dal Pubblico Ministero Bensouda con un secco “Qualunque decisione dovesse adottare il parlamento del Kenya, non avrà alcuna ripercussione sui procedimenti in corso ma solo su quelli del futuro”. Prossima udienza, Martedi 17 settembre.

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