Sono tante le cose che mi rendono contento, ripensando al fatto che il film di Gianfranco Rosi abbia vinto il Leone d’oro alla Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia.

Mi piace che abbia vinto un film la cui troupe è composta di una sola persona, perché il cinema ha soprattutto bisogno di tempo e di libertà. E da soli, si ha tutto il tempo che si vuole, anche due anni come in questo caso. E si è liberi. Sempre.

Mi piace che abbia vinto un film italiano dopo quindici anni e che a farlo sia stato il film italiano meno destinato a vincere degli ultimi quindici anni. Lontano dai soliti produttori “indipendenti”; poco o forse niente sponsorizzato dal sistema; senza stelle di latta da esporre sul tappeto rosso; senza la supponenza dei maestri, puntualmente vincitori annunciati, che quando puntualmente non vincono puntualmente si incazzano e sparano a zero contro tutti.

Mi piace che abbia vinto un film italiano selezionato da Alberto Barbera e dalla sua squadra. E lo dico con la massima serenità, proprio nell’anno in cui Alberto Barbera e la sua squadra hanno bocciato due miei film, selezionandone altri, oltre a questo che anche per me rimane il migliore, molto belli o importanti, da Andrea Segre a Gianni Amelio a Emma Dante.

Mi piace che a distribuirlo in Italia sarà una delle poche società rimaste in vita, quella che più di tutte in proporzione ancora si dedica al cinema italiano.

Mi piace che abbia vinto un film che racconti i segni che la vita ha lasciato in faccia ai suoi protagonisti, senza retorica, senza compiacimenti, senza “pornografia”.

Mi piace che abbia vinto un film di un Autore lontano da tutti.

Mi piace che abbia vinto un film che quando finisce ti chiedi “è già passata un’ora e mezza?”.

Mi piace che abbia vinto un film che prende a schiaffi le pippe mentali dei critici, quelli consacrati e quelli giovani che quasi sempre disdegnano il cinema italiano, con la forza della sua incisiva semplicità.

Mi piace che abbia vinto un film che in tanti si ostineranno a chiamarlo “documentario” o ancora peggio “docufilm”, dimenticando che questo film è semplicemente un’espressione riuscita di Cinema.