Gli effetti devianti della globalizzazione cominciano a sentirsi ed al G20 se ne è parlato a lungo, senza però arrivare ad un accordo in grado di impedire che il battito d’ali di una farfalla a Washington crei un uragano in Brasile. Nelle ultime settimane abbiamo avuto modo di verificare quanto corretta sia questa allegoria nel descrive le interdipendenze economiche nate dalla globalizzazione dei mercati. Per capirlo bisogna fare un piccolo passo indietro.

Dall’inizio degli anni Novanta, la risposta della Riserva Federale alle crisi periodiche della globalizzazione, come quella dei mercati asiatici alla fine di quel decennio, è sempre stata l’abbattimento dei tassi d’interesse, strategia usata per ‘salvare’ le istituzioni finanziarie in via di globalizzazione. Quando questa politica non è più stata sufficiente, la Fed prima e la Banca centrale europea poi, hanno iniziato a stampare moneta pompandola nel sistema finanziario e bancario. In altre parole, questo fiume di denaro non è stato messo nelle mani delle forze politiche per sostenere l’occupazione e l’economia reale, ma in quelle delle banche e degli hedge funds per sostenere l’industria finanziaria globalizzata.

Il crollo della Lehman e la crisi del dedito sovrano europeo, dunque, hanno creato un aumento straordinario della liquidità in un momento storico in cui l’economia si contraeva.

Oggi sappiamo dove è finita una buona parte di quei soldi, nei mercati emergenti, i celeberrimi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), dove si sono tradotti in investimenti reali ma anche dove hanno creato delle mini bolle finanziarie. Che dire dell’improvviso crollo della rupia indiana, avvenuto all’indomani della dichiarazione del capo della Fed Bernanke sulla riduzione futura della quantità di moneta che questa istituzione emette ogni mese, ufficialmente “per combattere la recessione negli Stati Uniti e far ripartire l’economia americana”? Quali le connessioni sconosciute tra l’India e la Riserva federale degli Stati Uniti? Discorso analogo si può fare per il Brasile, la cui moneta ha perso ugualmente quota rispetto al dollaro durante il medesimo periodo.

Al G20 a porte chiuse si è discusso degli effetti della monetizzazione della carta straccia americana ed europea sulle economie dei paesi emergenti, e cioè le connessioni sconosciute. Il crollo della rupia è dovuto alla fuoriuscita dei capitali stranieri come l’apprezzamento era stato prodotto dall’ingresso di questi stessi. Tutti sapevano benissimo che dal 2009 fino a poche settimane fa i mercati emergenti erano stati i beneficiari di ingenti flussi monetari provenienti dal quel ricco occidente in preda alla recessione. Una parte del denaro che avrebbe potuto essere investito per dar lavoro ai disoccupati della periferia di Eurolandia o a quelli degli Stati Uniti è andato a foraggiare l’economia Brasiliana o Indiana. Il resto, e cioè la parte più cospicua è stata investita a Wall Street, che ha registrato una performance eccezionale. L’indice azionario Standard and Poor’s durante questi anni di crisi economica e contrazione non ha fatto che salire, raggiungendo picchi ben più alti di quelli del periodo pre-Lehman.

Morale: gli indicatori economici come la contrazione del Pil sofferta dagli Stati Uniti, l’impennata della disoccupazione, la caduta della domanda aggregata, la contrazione dell’indice di produzione, nessuno di questi valori ha influenzato le decisioni di investimento che invece sono state formulate in base al volume di denaro stampato e a dove si dirigeva.

Fin quando la Fed pompa moneta i mercati sanno dove questo finisce: sull’azionario e nei mercati emergenti. Quando questo processo inizia a scemare i mercati sanno che senza l’aiuto della Fed che ‘regala’ denaro a tasso zero l’investimento nei paesi emergenti è meno redditizio di quello sull’azionario e quindi il denaro comincia a  rientrare dai mercati emergenti a Wall Street, che è quello che sta accadendo oggi giorno.

Adesso che l’economia americana si sta riprendendo dopo aver subito una ristrutturazione da grande recessione e che quella europea si è contratta a spese naturalmente della classe media ormai in via d’estinzione, i capitali hanno iniziato a rientrare lasciando i mercati emergenti a secco.

Queste anomalie si sono create liberalizzando i volumi con deregulation sempre più aggressive e creando cicli di leveraging e deleveraging, oppure di tightening ed easing. Questi cicli hanno sostituito i tradizionali cicli economici inflazione/ stagflazione/ recessione che eravamo stati abituati a vedere come i driver principali dei mercati.

Tra le righe delle dichiarazioni emesse al G20 si legge la volontà di rendere responsabili i paesi ricchi e gli Stati Uniti, ma anche l’Europa, per l’impatto delle politiche monetarie sulle economie dei paesi emergenti dal momento che queste hanno più effetto di quelle nazionali. E’ sicuramente questo il caso dell’India che per rallentare la caduta della rupia ha dovuto raggiungere un accordo con il Giappone per triplicare il volume dei swap in valuta da 5 a 15 miliardi di rupie.

Se al processo di globalizzazione non vengono imposti alcuni paletti, presto bisognerà riscrivere i testi d’economia politica ma anche quelli di economia, e sicuramente a scriverli non saranno gli economisti dei paesi emergenti ma qualche guru di Wall Street.