Il giovane poeta Davide Nota ha lanciato, attraverso il suo blog su L’Unità, un’iniziativa per la pubblicazione di poesie contro la guerra. Nulla di male ovviamente, anzi. Anch’io ho partecipato, e probabilmente parteciperò ancora, a iniziative del genere, anche lanciate da Nota stesso.

All’alba di questa guerra siriana, che solo siriana rischia di non restare affatto, mi è venuta, però, in mente una delle Canzonette del Golfo di Franco Fortini, scritte all’inizio dei Novanta, all’esplodere della Prima guerra del Golfo.

Una in particolare, la seconda, che qui val la pena di citare per intero.

Lontano lontano…

Lontano lontano si fanno la guerra.
Il sangue degli altri si sparge per terra.

Io questa mattina mi sono ferito
a un gambo di rosa, pungendomi un dito.

Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.
Oh povera gente, che triste è la terra!

Non posso giovare, non posso parlare,
non posso partire per cielo o per mare.

E se anche potessi, o genti indifese,
ho l’arabo nullo! Ho scarso l’inglese!

Potrei sotto il capo dei corpi riversi
posare un mio fitto volume di versi?

Non credo. Cessiamo la mesta ironia.
Mettiamo una maglia, che il sole va via.

Hanno fatto discutere tanto queste estreme poesie fortiniane, così apparentemente ciniche e disincantate, distanti, di un poeta – invece – mai distratto rispetto ai temi politici e sociali.

Questa poi, più di ogni altra, a ogni lettura, a me – che ho avuto il privilegio di litigare tanto con Fortini e che ne sono stato punito a colpi di immeritata generosità – fa sempre la medesima impressione: quella di uno schiaffo in pieno viso.

Ma non solo perché parla di una certa reale ‘impotenza’ della poesia a mutare il corso della realtà, governato dalla violenza dei rapporti di potere tra classi e nazioni («L’universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra» diceva il Foscolo della Lettera da Ventimiglia), ché, anche fatta questa tara, varrebbe comunque la pena di scriverne, della guerra, di denunciarne l’inutilità vorace e affarista, stolidamente autotelica.

E nemmeno semplicemente perché, nell’apparente atarassia donata dalla lontananza e potenziata dalla virtualizzazione televisiva che trasfigura nell’effimero di raggi luminosi quella poltiglia di ventraglia e sentimenti violati a cui ci riduce la guerra e di cui ben ci ha narrato l’arte crudele di Rebora, Fortini ci ricorda il nostro privilegio di vivere nella parte giusta del mondo: quella che le guerre le scatena, ma non le ospita e nemmeno, per molti versi, le combatte, ma si limita a vincerle, e a farcisi sopra le spese e anche qualche spicciolo di più.

No: a me lo schiaffo arriva (e forse è arrivato anche a voi) perché questa spietata poesiola di dodecasillabi con andamento da filastrocca è lì a cantilenarci che va bene ogni iniziativa contro la guerra, ma che ai poeti poi non è concesso usare quei versi per assolversi. Mai. Che noi tutti siamo, comunque, colpevoli nostro malgrado.

E questo non per siderarci nell’immobilità dell’impotenza, ma proprio per incoraggiarci ad avere l’esperienza e la saggezza che – consentendoci di vedere tutto l’orrore della guerra – ci permettano di costruire altro. Di farlo davvero.

E, sia detto per il gusto di digredire, è questa la ragione per la quale credo che Fortini sarebbe stato d’accordo con De Luca, a proposito di Tav. O almeno questa è la ragione per cui con De Luca sono d’accordo io. Parola per parola.

Perché a chi fa guerra a intere comunità in nome del danaro, non è risposta violenta il sabotaggio che taglia le reti, né altro può fare lo scrittore che vede tutto ciò, se non denunciarlo, mettendosi in gioco in prima persona. Anche a costo di diminuire le copie vendute: meglio quello, che diminuire la propria dignità, invitando a boicottare dei libri come hanno fatto certuni a proposito di De Luca.

Caro Nota, valgano queste poche, inutili righe, digressione compresa, come mia adesione alla tua iniziativa. E valgano anche come stimolo a riparlare di Fortini, poiché credo che in tempi così scomodi come i nostri, i poeti scomodi, come Fortini, siano una risorsa preziosissima.

Come dicono nella Valle: sarà düra…