Tre anni dopo lo strappo che poteva cambiare la storia d’Italia, la destra torna a Mirabello con ambizioni assai minori: sopravvivenza, testimonianza, omaggio ai militanti che ci credono ancora. Non ci sarà Gianfranco Fini, e questo era scontato. Ma hanno declinato l’invito anche La Russa, Storace, la Meloni, che pure negli ultimi mesi si sono fatti vedere un po’ in tutte le kermesse ex-An: il nome della località emiliana si porta ancora dietro l’odore sulfureo dello strappo con il berlusconismo e anche se sono passati tre anni, anche se i problemi del Cavaliere sono ben altri, farsi vedere su quel palco crea qualche imbarazzo.

Nella geografia politica italiana, Mirabello è come il congresso del Midas, lo strappo della Bolognina, il programma del Lingotto, l’assemblea della Leopolda: il toponimo di una svolta che “ha contato” oltre il recinto di un singolo partito. Anche perché ad aspettare quel discorso, il 4 settembre 2010, c’era tutta l’italia che si interessava di politica, ancora incredula del fatto che lui, Fini, potesse andare fino in fondo e rompere il ventennale patto col Cavaliere anziché contrattare – come quasi tutti suggerivano – una tregua suggellata da qualche obliquo scambio di favori. Invece, successe l’indicibile. “Non si torna in un partito che non esiste più”. Amen.

Tre anni dopo è difficile ricordare l’ondata di consenso che seguì quello strappo, i sondaggi con Fli al 12 per cento, la popolarità mediatica, l’appeal del gruppetto di intellettuali e giornalisti che avevano costruito l’immagine del “finismo”, senza confrontarla con la fine piuttosto ingloriosa dell’avventura. Ovviamente, il mondo berlusconiano ci sguazza: “Lui – scrive Marcello Veneziani sul Giornale parlando del “Fini sparito” – non aveva capito che piaceva a chi non l’avrebbe mai votato e nemmeno adottato. E piaceva fin tanto che serviva allo scopo. Poi l’hanno buttato a mare. E hanno tolto la scaletta per risalire”. Insomma, Fini e Fli vittime delle sinistre, che avrebbero costruito in provetta la popolarità della destra deberlusconizzata salvo scaricarla dopo l’insuccesso del voto di sfiducia. Un’analisi come al solito funzionale al racconto del Cavaliere, dove sono sempre le trame comuniste a determinare caos e distruzione.

In realtà tra la cartolina della Mirabello 2010 – con i reporter arrampicati sui tralicci, le magliette warholiane del “Che fai mi cacci?”, gli stand del Futurista e del Secolo pieni di gente che si fotografava come se stesse sul red carpet – e l’immagine strapaesana della Mirabello 2013 c’è di mezzo molto altro. Gli errori, le contraddizioni politiche, il patto con vecchi volti come Casini e Rutelli, certo. Ma soprattutto un dato psicologico inaspettato: il riemergere della vecchia sindrome del moderatismo e della paura di navigare in mare aperto che aveva già condannato An al declino.

Anche Futuro e Libertà, come il Pd di oggi, ha avuto i suoi Violante e i suoi Fioroni, quelli che “col Pdl di Alfano si potrebbe dialogare”. E la tesi di Veneziani – “Attenti, la sinistra vi applaude ma non vi voterà mai” – ha avuto una così larga circolazione da spegnere in pochi mesi l’incendio delle rupture finiane sulla legalità, sui diritti, sulle donne, sul-l’immigrazione, sull’ambiente, e da far dimenticare il futurismo “anomalo” capace di interloquire con Rodotà, di sostenere il referendum sulla riforma elettorale, di salire sui tetti per parlare con gli studenti (lo fece persino il mite Della Vedova) e di sfilare in difesa della Costituzione fregandosene di qualche bandiera rossa nel corteo, con gli insegnanti della Cgil che dicevano ad Antonio Buonfiglio: “Hai più diritto di noi a stare in prima fila”.

È finita male. È finita che la destra desiderosa di cambiamento ha votato Grillo. E la destra paurosa è rimasta attaccata alle gonne del Cav. Qualcosina è rimasto per i nostalgici di Fratelli d’Italia. Ma niente o quasi per Fli e per l’eresia rinnegata del movimentismo “oltre i vecchi schieramenti”. Succede. Forse era una mission impossible riscrivere i codici dopo vent’anni di berlusconismo, e quella Mirabello 2010 fu solo un’illusione dell’orgoglio. O forse no: una delle star dell’epoca, Filippo Rossi, forse l’unico che ha continuato sulla strada futurista “delle origini” senza farsi paralizzare dalla paura, al 12 per cento ci è arrivato davvero, nella sua città, a Viterbo. Chissà se è solo un’anomalia…

 

il Fatto Quotidiano, 5 settembre 2013