Se fossi cittadino americano sarei orgoglioso del presidente del mio Paese. Barack Obama ha mostrato con durezza e chiarezza la sua condanna per quelle centinaia di cadaveri, donne e tanti bambini, sterminati in un modo orrendo e crudele e tuttora misterioso. E ha dichiarato che non ne starà fuori. Ma invece di correre dietro al carro delle prove, che persino il suo Segretario di Stato gli stava offrendo, ha preferito rivolgersi al Congresso del suo Paese, dunque deputati e senatori che in questo momento ascoltano i cittadini. Non si fa una guerra da soli, una guerra che può diventare immensa e globale in ogni istante.

Barack Obama non ha dato segni di essere preoccupato per le strade diverse dei suoi alleati (Regno Unito no, Francia sì, Italia no, Germania assente per elezioni) che interrompono un percorso finora tipico e obbligato. Ma ha voluto parlare a lungo (45 minuti, mentre le tv del mondo lo aspettavano nel “giardino delle rose” come in una sorta di estrema consultazione o confessione) con il suo assistente più vicino, McDonough “uno calmo e saggio”, dicono gli esperti della Casa Bianca. Alla fine ha deciso di dare tempo ai suoi cittadini di parlare con coloro che essi hanno eletto per essere rappresentati. E accetta di sapere che cosa deciderà (a nome dei cittadini) il Parlamento.

Stupisce molti che in tal modo Obama si sia fermato un passo prima della più alta prerogativa che gli spetta: combattere subito e solo dopo dare spiegazioni al suo popolo, agli alleati, alla Storia. Esitante, indeciso, quasi un pacifista, come il presidente Carter, è stato scritto. Se fossi Obama ne sarei fiero (e credo che Obama lo sia). Perché Carter non era esitante e neppure “pacifista” (nel senso buono o insultante della parola). Era un presidente riluttante. Non ha fatto la guerra (e non ne l’ha mai minacciata) mentre 68 diplomatici americani erano ostaggi dell’Iran. Ha promesso la restituzione del Canale a Panama mentre stava divampando una violenta rivolta armata e l’ha fermata, rinunciando a una sovranità americana.

Ieri il New York Times (Mark Lander da Washington) così ha definito Obama, un presidente riluttante, evocando il titolo del bel libro di Mohsin Hamid. Anche per Obama la definizione è giusta. Barack Obama non vuole qualunque pace. Ma non vuole qualunque guerra, cadaveri accanto a cadaveri. Lungo questa strada, senza Nazioni Unite e con il rischio carteriano di subire ostilità e disprezzo, Obama sta tentando di guidare da solo un mondo mezzo cieco.

 

il Fatto Quotidiano, 3 settembre 2013