Uno dei temi cruciali della nostra vita pubblica è quello della responsabilità. Di solito, la responsabilità è il corrispettivo di un potere decisionale, di una libertà, di una discrezionalità: agisco secondo coscienza, e quindi mi assumo una responsabilità. La questione è molto delicata, soprattutto nel momento in cui si parla di partecipazione.

La partecipazione larga, collettiva, informale – assembleare o virtuale – fa vivere la democrazia, ma pensare di trasformare la raccolta o la selezione di opinioni in decisioni cogenti cozza contro il principio di responsabilità. Perché ? Perché il decisore finale (poniamo un amministratore pubblico) – eletto o nominato che sia, a seconda dei ruoli -, risponde personalmente, in base al nostro ordinamento, di quello che fa o che non fa.

Di qui l’inevitabile diversa “pesatura” del punto di vista di chi partecipa rispetto al punto di vista di chi decide. Il sistema rappresentativo, del resto, si fonda su questo presupposto giuridico: il rappresentante non ha vincolo di mandato, se non in termini generali, perché “paga” personalmente per le sue decisioni. La valutazione di coerenza rispetto alla fase costitutiva del mandato è riservata al momento elettorale: lì si consuma il giudizio.

C’è poi un’altra responsabilità politica, questa volta interna ai partiti. In questo caso, le conseguenze giuridiche degli atti assunti nel corso dell’esercizio delle proprie funzioni sono molto più blande, direi trascurabili, mentre l’attuazione dei principi costitutivi dell’azione politica è decisiva. Eppure, se, nel caso degli amministratori pubblici la responsabilità è un macigno, nel caso dei politici la responsabilità pare un optional.

Investititi ogni tanto di un potere abbastanza esteso (a volte assoluto: col porcellum decidono la deputazione), i dirigenti si allontanano ben presto dal “vincolo di mandato”, in questo caso a mio giudizio fondamentale, argomentando, – spesso giustamente – che le condizioni sono mutate, che gli attori non sono i medesimi, che le condizioni del paese impongono “ben altro”, ecc. ecc. Purtroppo, in politica la variabilità è la regola e le alterazioni del quadro la normalità. Di qui, forse, la necessità di effettuare congressi annuali, come nei grandi partiti europei: non necessariamente per mutare la leadership ad ogni stormir di fronda, ma per allinearla rispetto al mandato. Nel caso specifico odierno, la palese irresponsabilità dei dirigenti del Pd – e la sostanziale inutilità e volatilità delle loro quotidiane prese di posizione, visto che nulla si muove – certificano non solo il bisogno di un congresso il più presto possibile, ma anche il ripristino di una forma di controllo su oligarchie di fatto indipendenti ed autoreferenziali. Perfettamente berlusconizzate, direi.