Sì, ma uguali a chi? Il nobile tema uguaglianza, continua a riproporsi ed è come un agitarsi nel sonno. Non c’è un punto a cui appoggiarsi o un’argomentazione con cui farsi forza se non la pura e semplice esortazione: dobbiamo essere uguali altrimenti non c’è democrazia.

Ma non c’è democrazia. Il mondo parcellizzato degli Stati aveva trovato la strada, qui sì, là no, ma insomma qualcosa c’era e anzi avevamo preso l’impegno di rendere democratici tutti… Il mondo globalizzato non è democratico, non può. Per esserlo, ognuno di noi dovrebbe fare, qui, un sacrificio o una donazione che producono il loro frutto lontano, altrove, senza riguardo ai miei interessi.

Faccio qualche esempio. Primo, una parte degli esseri umani si muove come vuole e quando vuole, va persino a mettersi in pericolo a Sharm El Sheik, mentre laggiù infuria la rivolta. Ma gli piace andarci e ci va. Il percorso inverso è vietato agli abitanti di quella parte del mondo, al punto da affondarli in mare se si ostinano a farlo. Qualcuno scampa. Se ti stanno guardando lo salvi. E poi, appena possibile, lo accusi di un reato che non può esistere (clandestinità, reato hitleriano perché ti condanna per quel che sei, non per quel che fai), lo rinchiudi, lo espelli. E regoli tutto con una legge beffarda e impossibile (in Italia la Bossi-Fini) che prescrive: benvenuto da noi se munito di visto e contratto di lavoro ottenuto dove ti stanno perseguitando o lasciando morire di fame.   

Pensate a un Paese grande e civile e tradizionalmente democratico-comunitario come gli Stati Uniti: mille chilometri di muro e una polizia da fantascienza per impedire l’immigrazione illegale. Ma l’immigrazione illegale continua a essere così alta e allora il Presidente degli Stati Uniti annuncia che concederà la cittadinanza (la cittadinanza, non il permesso di soggiorno) a milioni che adesso sono cercati giorno e notte da una costosissima polizia dotata di occhiali-computer.

Il mondo globalizzato, dal Bangladesh a Taiwan, è in grado di costruire quegli occhiali per pochi dollari. L’India e la Cina sono Paesi un po’ più costosi, ma una vasta convenienza rimane a esportare il lavoro.

L’uguaglianza sarà un bene per il diritto, la morale, la democrazia, ma non lo è per l’economia. Se valgono ancora le regole della concorrenza, perché chi cerca lavoratori non dovrebbe farlo dove costano meno, per il bene della sua impresa, dunque dell’economia, dunque di tutti?   

Secondo, avrete notato che – dentro uno stesso Paese, nel nostro caso l’Italia, in una fase di frenetici aggiustamenti per ritrovare il passo giusto della “ripresa” – si torna con forza, quasi con indignazione, a reclamare una riduzione del costo del lavoro? Si usa un falso buon argomento: abolendo il cosiddetto cuneo fiscale, a parità di lavoro si guadagna di più. Ma il cuneo fiscale contiene tutto ciò che il lavoratore non potrebbe fare per se stesso. Oltre alla paga oraria riceverà una mancia che appena appena gli dà sollievo adesso, ma poi a tutto ciò che riguarda la sua vita, da sano e da malato, da giovane e da vecchio, ci pensa lui. E non è detto che i figli stiano al gioco di essere grati per il poco che avranno avuto.

Terzo, come misura di sicurezza, ti annunciano continuamente, virtuoso e necessario, il taglio della spesa pubblica. Ma per ragioni che non vengono mai veramente e apertamente discusse, la spesa pubblica riguarda solo le persone, la loro protezione, il loro benessere. Li dobbiamo tagliare.

D’accordo, troppo ovvio fare l’esempio degli F-35 o della costosissima Tav o del Corridoio Tirrenico, immense spese pubbliche a fronte di poche centinaia di posti di lavoro usati come ricatto, e di ragioni superiori mai veramente discusse, come le rotaie invece dell’asfalto (a Susa), l’asfalto invece delle rotaie (a Livorno) e la difesa del nostro suolo con l’indispensabile decollo verticale. Il risultato è che alla fine salta il bidello, l’insegnante di sostegno, l’infermiere, l’ambulanza, il posto letto, l’intero ospedale, la messa in sicurezza della scuola e un aiuto ragionevole ai disabili (che al momento sono in quasi totale abbandono).   

Quarto, le persone, benché ancora protette dalla Costituzione e dalla legge, sono spiazzate dalla forza dei fatti. La delocalizzazione del lavoro è una delle più clamorose violazioni del principio morale e costituzionale dell’uguaglianza.   

Qualunque cosa dica il giudice, passa Marchionne, un potente mercenario che opera in un mondo senza regole, e momentaneamente ha in appalto una parte grandissima (simbolicamente la più grande) del lavoro italiano. E dice che Torino, dove la Fiat è nata e restata per un secolo, non va bene, e sceglie una città in bancarotta degli Stati Uniti, Detroit, da cui fuggono tutti. Perché abbandonare la più grande fabbrica italiana in una città che funziona, per gestire la più piccola fabbrica americana in una città morente? Ma questo è diventato il progetto caro a poche persone che purtroppo non hanno mai voluto spiegare.

Però pensate alla frase: “Io l’Alfa Romeo la posso costruire dovunque”. È un’offesa grave e cattiva, a cui, per prudenza, i media non hanno fatto caso, uno schiaffo per coloro che vi hanno lavorato e vi lavorano, per quegli operai dell’altro secolo di cui Ford diceva: “Quando vedo passare un’Alfa Romeo mi levo il cappello”, per coloro che, benché privi di nuovi modelli e di nuovi piani aziendali, continuano a produrre bene anche adesso.

Ma non sono più uguali, benché sia ancora in vigore una Costituzione che li protegge. Sono piccole pedine di giochi che si svolgono in spazi grandissimi, in cerca di tornaconti grandissimi. L’immagine più espressiva dell’epoca (la nostra) che sto descrivendo è quella, così frequente nei telegiornali, degli operai e operaie a cui hanno appena rubato la fabbrica (senza alcun rapporto col profitto, perché il profitto della fabbrica in cui tu o io lavoriamo è sempre troppo piccolo) e che gridano: “Lavoro, lavoro, lavoro”. Si capisce subito che non tireranno sul prezzo. Ma chi vuole trattare con gente che sa di avere diritti, compresi gli immigrati che ormai fanno parte dellastessafolla?Manonc’è(non c’èpiù)unpartitodell’uguaglianza. Eppure il discorso non finisce qui, e questa è l’unica speranza.

 

il Fatto Quotidiano, 4 agosto 2013