Di tutta la baraonda post-sentenza, quest’aggettivo è la cosa che mi colpisce di più. 

Il carattere definitivo di questo termine s’infrange, inatteso e fuori contesto, sul bagnasciuga di una società lambita, sempre e solo, dalla bassa marea dell’effimero e del provvisorio. 
Il terzo, e dunque ultimo, grado di giudizio incide a fuoco, sulla carne di questo neonato millennio, la fine della Repubblica della relatività.
Questo infatti è stato il ventennio comunemente chiamato Seconda Repubblica: il trionfo del relativo, dell’opinabile, dei punti di vista; del ‘si ma’, ‘pero’ ‘se’, ‘ma nel caso in cui’, ‘ad eccezione per’.
Come lo spettatore che per immedesimarsi nel film che guarda ricorre inconsciamente alla sospensione dell’incredulità, così noi, per calarci nel nostro tempo, abbiamo dovuto sospendere il giudizio
Questo tabù nel valutare cosa fosse bene e cosa fosse male, cosa giusto cosa sbagliato, cosa consentito e cosa illecito, ha fatto impazzire la bussola sociale e ci ha lasciati senza la capacità di orientrarci tra i meridiani e i paralleli della politica.
E la nostra classe dirigente non è altro che la dimostrazione di questa labilità di giudizio, che proprio nella sua assenza di coordinate chiare trae la ragione della sua inattendibilità e del suo perenne trasformismo.
Mi torna in mente la storia dei tre porcellini che dovevano costruirsi una casa per ripararsi dal lupo: il primo la fece di paglia e quando il lupo arrivò, soffiò e la butto giù; il secondo la fece di legno e quando il lupo arrivò, sbuffò e la buttò giù; il terzo la fece in mattoni e quando il lupo arrivò, soffiò, sbuffò, gridò ma la casa resse.
Ecco, ieri, dopo vent’anni di paglia e legno, dei giudici hanno fatto quello che dice la parola stessa, hanno giudicato; e, così facendo, hanno finalmente rimesso i primi mattoni sui quali cominciare a costruire uno Stato a prova di lupo.