Joseph L. Mankiewicz nel bellissimo film Eva contro Eva, con una superba Bette Davis e un’apparizione fugace di una giovanissima Marilyn Monroe, delinea un ritratto psicologico raffinato e caustico delle relazioni femminili competitive.

Un gruppo di donne è spesso un “covo di serpi”? Perché si arriva a odiare un’altra donna anche solo per via di un bell’aspetto fisico? Lo psicoanalista Adler, che tra l’altro ebbe in cura Anais Nin, figura fragile e superba della letteratura femminile del ‘900, afferma che il senso di inferiorità dà origine a sforzi per raggiungere la sicurezza psicologica che non può prescindere da un’autoaffermazione spesso livorosa.

Chi ha un complesso di inferiorità, spende la vita nello “sforzo di valere” per trovare compensazione ai complessi ma questo può assumere anche la forma di “supercompensazioni” a carattere patologico. In Conoscenza dell’uomo, Adler scriveva: “Possiamo già renderci conto che i bambini trattati dalla natura come da una matrigna sono inclini ad assumere verso la vita e gli uomini un atteggiamento diverso da coloro ai quali sono state elargite fin da principio le gioie dell’esistenza. Si può porre come principio che tutti i bambini affetti da inferiorità organica si trovano facilmente impegnati in una lotta colla vita, che li devia verso un soffocamento del loro senso comunitario, cosicché assumono con facilità il comportamento di chi si occupa sempre più di se stesso e dell’impressione che desta nel mondo, che degli interessi degli altri.” 

Questo porterebbe a credere che l’invidia, la competizione, nascano sempre da chi è deprivato, anche fisicamente.

Ma la regola “se sei bruttina, sei invidiosa”, funziona sempre? Tempo fa nella mia scuola di specializzazione in analisi junghiana, mi chiesero di elaborare il concetto di invidia integrando le diverse visioni junghiana e freudiana: possiamo far risalire a Sigmund Freud la prima elaborazione del concetto di invidia. Nella teoria del complesso edipico negativo, il bambino, prova invidia per la femminilità e la sua capacità generativa. L’invidia , come sentimento a sé, svincolato dalla gelosia e dalla rivalità, prese piede e acquistò importanza sino al punto di diventare causa dell’analisi interminabile nelle donne. 

Anche Melanie Klein, nello scritto “Invidia e gratitudine”, ritiene che l’invidia sia uno degli affetti più precoci e fondamentali.

La gelosia e l’invidia a mio avviso, sono sentimenti più complessi, non solo basati sulla rivalità edipica: l’odio nei confronti di qualcuno è davvero sempre legato alle nostre mancanze. Svilire qualcuno ha una valenza difensiva perché si devastano le qualità dell’oggetto invidiate. Distruggere e deturpare equivale dunque a una manifestazione palese dell’invidia e a una difesa contro la sofferenza di sapere di non poter possedere tali qualità.

Quante donne con la corazza di Amazzoni, che si identificano nel principio maschile, sviliscono e devastano il loro lato più fragile e dipendente? Donna non è fragilità quindi perché aggredire le fragilità altrui? Perché proiettiamo nell’altro le nostre debolezze.