Lasciatasi alle spalle l’estate dei SuperMario, quella in cui l’Italia ha mostrato a tutta Europa non solo pettorali e bicipiti ma anche il suo più insospettabile, sobrio ed austero volto tecnocratico, l’Italia si è addentrata a balzi e tentoni sulla sabbia bollente dell’estate 2013 sotto il segno di Re Giorgio: non soltanto il riconfermatissimo Capo dello Stato, ma anche il venerabile padrino della disco music celebrato ed incoronato dai discepoli francesi Daft Punk nel loro nuovo album Random Access Memories. Gli autori di Get Lucky, che buona parte degli abitanti dello Stivale indica come “La canzone dell’estate”, hanno dedicato a Giorgio Moroder, il leggendario e pionieristico produttore di I Feel Love di Donna Summer, un commovente omaggio.

Ed è lui stesso, in Giorgio By Moroder, a raccontare con un inglese dall’inflessione lievemente kraut-maccheronica quale sia l’atteggiamento da tenere nel mondo della musica se si vuol davvero diventare dei numero uno: si sgombri la mente da preconcetti che dettano come dovrebbe o non dovrebbe essere un brano musicale e allora si può fare tutto ciò che si vuole.

Ebbene, pur con questi precetti ben impressi in mente, dove e come individuare la canzone dell’estate in un’estate in cui apparentemente non ve n’è traccia evidente? Quali caratteristiche deve avere una canzone per potersi fregiare del titolo di canzone dell’estate? Dev’essere diretta come vento che scompiglia i capelli, languida, canticchiabile, ballabile e solare, fresca come la brezza serale in riva al mare, deve far sognare le ragazzine, deve frullare in testa giorno e notte, deve avere un ritmo coinvolgente ma soprattutto deve trasudare brividi di libertà ed avventure erotiche ed amorose. Dovrebbe inoltre essere semplicissima da individuare: è lei che dovrebbe tendere agguati dietro ogni angolo, al supermercato, al bar, a tutto volume dai finestrini di un auto in corsa, la dovrebbero cantare in modo sguaiato branchi di studenti ubriachi la notte per i vicoli del centro o dovrebbe spandersi, la mattina in spiaggia, dagli altoparlanti gracchianti di tutti gli stabilimenti balneari.

Nulla di tutto ciò. Perché se si esclude la gettonatissima Get Lucky, che tutti citano ma che in fondo in fondo non pare instillare la sensazione diffusa che sia davvero amata visceralmente dalla nazional popolazione (un po’ come se fosse il primo della classe: non attira troppe simpatie ed aggiungiamoci pure che è fin troppo bello, chic ed elegante rispetto ai compagni) cos’altro indicano le classifiche? Tra gli italiani va forte Jovanotti con Ti porto via con me, un pezzo che ha quasi tutti i crismi per corrispondere all’identikit: una cavalcata trionfale dall’appeal popolare sotto il cielo di un’estate italiana, ma anche un afflato cosmico con qualche residuo malinconico interstellare “anni zero” alla Vasco Brondi.

Anche un Max Pezzali incredibilmente “maturo” punta tutto sulla magia del cosmo nella sua L’universo tranne noi: un buco nell’acqua, pur se riesce ancora a far leva sui sentimenti delle masse. Per non parlare di Marco Mengoni, Pronto a correre sulla pista d’atletica dello stadio Bentegodi: velo pietoso. E poi Alfonso di Levante, roba stra-sentita, trita e ritrita, finto indie-rock educatamente sboccato fuori tempo massimo. Gli altri, tipo Marco Carta, Emma Marrone ed Eros Ramazzotti sono su un terreno in cui occorre davvero del fegato per provare ad avventurarcisi.

Insomma, tra gli italiani da classifica le tinte sono davvero fosche anche se andando a frugare tra le cose meno ovvie, tra gli outsider, ci si toglie finalmente qualche soddisfazione. Immanuel Casto, ad esempio, regala una perla come Tropicanal: “Persi tra le onde due gole profonde, tra i garriti dei gabbiani dischiudiamo i nostri…”, un pezzo decisamente esplicito, molto italo e molto Ottanta che ha davvero tutte le carte in regola per replicare in chiave gaia, aggressiva e moderna il successo internazionale di Self Control di Raf ma con un lieve tocco esotico stile Maracaibo e probabilmente l’unico pezzo italiano in assoluto a potersi avvicinare seriamente all’ambito titolo. Un altro instant classic, Bocciofili, lo sforna Dargen D’Amico in compagnia di Fedez e Mistico: “Mettimi questi meloni in mano, fai come l’ortolano” ed altre riuscite similitudini a sfondo vegetale. Anche in questo caso ci sono quasi tutti i crismi per il bollino blu: pezzo che coglie lo Zeitgeist in virtù di un alto tasso di estasi del pecoreccio (ed abbastanza maraglio) per essere cantato a squarciagola come un inno dal popolo delle più becere balere estive.

Se si volge lo sguardo alla più recente classifica del digital download stilata settimanalmente dalla Federazione Industria Musicale Italiana, per quanto si sappia benissimo che in questo campo il sommerso sia molto più ingente della porzione che viene venduta legalmente, è possibile ad ogni buon conto farsi un’idea piuttosto congrua di ciò che tira di più in questo momento e balza all’occhio che tra i dieci più scaricati svettano infatti i più seri pretendenti al titolo: La La La di Naughty Boy (feat. Sam Smith) è un buon pezzo, è costruito su una languida cantilena ripetitiva che si appiccica dolcemente al cerebro, ma a parte la pluricitata Get Lucky con prezzemolino Pharrell Williams alla voce, che compare anche nella piaciona Blurred Lines di Robin Thicke, le uniche hit 2013 che possano lontanamente insidiare il trono di canzone dell’estate conquistato dai Daft Punk sono probabilmente l’incalzante e testosteronica I Love It delle Icona Pop e Play Hard dell’immarcescibile David Guetta (feat. Ne-Yo & Akon).

In definitiva, come mai è diventato così difficile nel 2013 trovare uno straccio di canzone dell’estate dopo la messe infinita che abbiamo raccolto in decenni da sogno come i Sessanta o gli Ottanta del secolo scorso? Che sia una delle conseguenze negative della Retromania teorizzata dal critico Simon Reynolds nel suo più recente ed omonimo saggio? Che questa tendenza artistica e commerciale volta all’esaltazione, rivalutazione e riproposizione in tutte le sue forme del passato musicale – caratteristica soprattutto dell’ultimo decennio – abbia in qualche modo inaridito le fonti e tolto smalto e brodo di coltura alla pop music? Questa potrebbe essere una delle tante spiegazioni. Forse si tratta solo di un fisiologico momento di profonda mutazione delle forme. Per il resto, chi vivrà ascolterà e (forse) comprenderà.