C’è un messaggio nell’editoriale del direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli che ieri mattina ha suscitato un certo fermento politico: attenzione che l’ultima volta in cui un governo si è dimostrato inaffidabile e inetto, è arrivata la lettera della Bce che ha imposto le riforme e il rigore che ben sappiamo. De Bortoli ricorda l’anniversario del 5 agosto 2011, quando la missiva da Francoforte, firmata dall’allora presidente Jean-Claude Trichet e dal suo successore Mario Draghi, ancora alla Banca d’Italia, impose al governo Berlusconi riforme e vincoli, incluso l’anticipo del pareggio di bilancio dal 2014 al 2013. Il direttore del Corriere rivela un dettaglio inedito: a fine 2011 “un decreto di chiusura dei mercati finanziari era già stato scritto d’intesa con la Banca d’Italia” perché “vi fu un momento in cui temevamo di non poter più collocare sul mercato titoli del debito pubblico”. Poi, per fortuna, il decreto “rimase in cassaforte”.

L’articolo di De Bortoli è da decriptare: arriva a meno di una settimana dalla sentenza del 30 luglio su Silvio Berlusconi che – a leggere la stampa di centrodestra – potrebbe causare la caduta del governo e l’inizio di una fase di instabilità politica. E il Corriere, dopo averlo mazzolato per mesi, ora riabilita Mario Monti e il suo governo tecnico – “le troppe critiche offuscano non pochi meriti” – proprio mentre il presidente Giorgio Napolitano, sulla stessa prima pagina, scrive che lui non ha alcuna intenzione di chiamare elezioni anticipate in caso di crisi.

Secondo elemento: De Bortoli ricorda che il nostro rating oggi è molto più preoccupante che nel 2011, il giudizio dell’agenzia Standard & Poor’s sul debito italiano è passato in due anni da A a BBB: ancora due tagli, di cui uno quasi certo, e finiamo a BB, soglia che impone ai grandi fondi di investimento e fondi pensione di vendere i nostri Btp perché classificati come troppo rischiosi. Non è una coincidenza che due giorni fa le autorità di vigilanza Consob (Borsa), Ivass (assicurazioni) e Covip (fondi pensione) abbiano sollecitato i grossi investitori a non seguire in modo automatico i giudizi delle agenzie di rating , ma a sviluppare criteri autonomi per decidere cosa tenere in portafoglio. Così da evitare slavine nel caso l’Italia finisca sotto la linea di sufficienza.

E l’ipotesi di chiusura dei mercati? Nessuno dei protagonisti di quei mesi, interpellati dal Fatto, ha voglia di scendere nei dettagli, “circolava l’ipotesi di chiudere la Borsa e c’erano pressioni per sospendere le aste del debito pubblico”, dice una fonte informata. Ma il provvedimento era pronto, anche se oggi risulta difficile rievocare quanto vicini eravamo al baratro. Nell’estate 2011 arriva la lettera della Bce che regala a Berlusconi l’ultima occasione, rimane al governo ma per applicare il programma deciso da Francoforte. Ma è così inconcludente che si presenta al vertice del G20 del 4 novembre, a Cannes, senza niente in mano. E nel giro di un paio di settimane deve farsi da parte per lasciare il posto a Monti.
In quei giorni la Consob cerca di bloccare il panico sul mercato vietando le vendite allo scoperto (cioè le scommesse al ribasso), a livello europeo vengono bloccate le speculazioni sui Cds, i derivati che assicurano contro il fallimento di uno Stato sovrano, la Commissione europea pensa di eliminare il rating per il debito dei Paesi che chiedono aiuto. E in quel contesto qualcuno a Roma – governo Monti e Bankitalia, dice De Bortoli – pensa di chiudere i mercati. Anche se al massimo il decreto avrebbero potuto arginare le vendite sulla piattaforma di Milano, non nel resto delle piazze finanziarie mondiali. Monti però non ha poi fatto nulla di simile.

La sua linea era che l’Italia dovesse rimanere indipendente, a qualunque prezzo: chiedere aiuto all’Europa e alla Troika (Bce, Fondo monetario e Commissione) avrebbe significato ridurre il Paese come la Grecia. Bloccare i mercati poteva essere utile solo per guadagnare il tempo necessario a negoziare il salvataggio, e Monti non voleva essere salvato. Ma le pressioni dall’esterno erano fortissime: molti soggetti, dai creditori internazionali alle banche piene di Btp e interessate a privatizzazioni drastiche, spingevano per la capitolazione.

A gennaio 2012, secondo quanto ha raccontato una fonte al Fatto, l’allora viceministro dell’Economia Vittorio Grilli convoca la responsabile del debito pubblico, Maria Cannata, e i dirigenti di vertice che si occupano di finanza e dice: “Avete due ore per convincermi a non chiedere l’intervento del fondo salva Stati”. Devono essere stati convincenti. In questa estate incerta al Tesoro sono tranquilli: come d’abitudine hanno sospeso le aste ad agosto, invece che approfittare del momento con i tassi bassi. Confidano che anche a settembre la situazione rimarrà tranquilla sul mercato obbligazionario. La Banca d’Italia invece sta completando un’analisi della situazione dei bilanci delle banche italiane che verrà chiusa in questi giorni. I guai dell’estate 2013 possono venire più da lì che dallo spread.

Twitter @stefanofeltri