Taranto –  È una giornata ventosa a Tamburi, il quartiere che custodisce nel suo grembo il mostro che si chiama Ilva. Una mamma con una mano spinge lentamente il passeggino e con l’altra controlla che il cappellino ripari il viso del suo bimbo non dal sole ma dalla polvere rossa che il vento, che oggi spira da destra, fa posare solo su una guancia e sull’orecchio. “Lo tengo sempre in casa con le finestre chiuse, anzi con le doppie finestre di alluminio che abbiamo messo, ma oggi debbo portarlo dalla pediatra perché respira affannosamente”, si giustifica come se il nostro sguardo l’avesse sorpresa a commettere un reato.

Sono trascorsi tre anni da quell’ordinanza affissa sui muri del quartiere Tamburi che vietava ai bambini di giocare sui prati contaminati dal piombo, e imponeva alle mamme, la sera, di lavarli dalla testa ai piedi ed immergere i vestiti nel sapone e nell’Amuchina. L’ordinanza è stata revocata. Ma l’inquinamento no. Ed è passato un anno da quando l’allora ministro dell’Ambiente Corrado Clini disse che non avrebbe mandato suo nipote alla scuola elementare “Maria Grazia Deledda” a ridosso delle ciminiere.

Ma i bambini, che non hanno la fortuna di essere suoi nipoti, qui continuano a stare, a giocare, ad ammalarsi di asma, di ogni genere di allergia, di tumore alla prostata e di leucemia. Come Paolo, 6 anni, i capelli li ha perduti durante la chemioterapia che lo ha sfiancato. Ma ha ancora la forza per sorridere mentre la mamma lo spinge sull’altalena attaccata ai due alberi di quello che chiamano giardinetto pubblico: una piattaforma di cemento e due panchine sgangherate. Il ricordo dei sei mesi di ospedale è stampato a fuoco negli occhi della giovane madre. Il papà è disoccupato. Il nonno, operaio Ilva in pensione, è morto di tumore.

Case fatiscenti come quelle popolari. Case in vendita, come quelle di proprietà. Ognuna ha il suo cartello davanti alla porta. Ma nessuno verrà a stare ai Tamburi dove chi ci vive è condannato a restare. In una delle palazzine che si affacciano sul camino più alto l’E 312 dove vengono convogliati tutti i fumi, vivevano 5 famiglie decimate dal cancro. A casa di Gianfranco Carriglio, 65 anni dove veniamo invitati, sua moglie Maria, ripone la biancheria nei cassetti avvolta nei teli di lino perché la polvere, spiega, entra anche lì.

Ha l’aria stanca Maria, anche stanotte non ha chiuso occhio, il rumore dei cannoni che sparano acqua sui parchi minerali per ridurre lo spargimento della polvere al soffiare del vento è pari a quello delle eliche di dieci elicotteri che ti sorvolano sulla testa. “Prima ci gettavano una specie di gel e la polvere che arrivava era collosa”, racconta. Anche le piante, fino al giorno prima fiorite, quando c’è vento, muoiono all’improvviso. Eppure suo zio, anche lui ex operaio dell’Ilva, malato di tumore con metastasi in tutto il corpo, quando la sente dire che il mostro dell’acciaio deve chiudere dice: “E addò hanna scé fadià le vagnone? (E poi dove devono andare a lavorare i ragazzi? ndr)”. Eccolo il ricatto che fa sopportare l’insopportabile: il lavoro in un quartiere dove vivono 16 mila persone con una disoccupazione che sfiora il 60%. La morte non la senti finché non ti porta via, la mancanza di pane sì e ti umilia fino a farti sperare che i tuoi figli possano essere assunti all’Ilva. E questo i Riva lo sanno bene, come tutti quelli che continuano a far finta di non sapere che la madre di questa carneficina si chiama “area a caldo”, quella che garantisce il profitto, altro che fumo di sigarette e alcool. Chissà cosa inventerà ancora Enrico Bondi quando il 24 luglio sarà convocato dal ministro Andrea Orlando.

Ascoltare Maria, donna consapevole e non arresa, è come sentire un bollettino di guerra: nomi divorati da tumori di ogni specie. Sul suo balcone il lenzuolo bianco con su scritto: “Non voglio morire di Ilva”. È diventato rosso per la polvere ma sventola ancora.

Francesco, 16 anni già ambientalista, che, un mese fa ha perduto la sua battaglia contro la leucemia, fino all’ultimo ha ripetuto: “Non voglio morire ce la faremo tutti insieme a far chiudere l’Ilva”.

A Tamburi il 70% delle donne soffre di endometriosi e infertilità e gli aborti spontanei sono frequentissimi. “Eppure la parrucchiera, che è riuscita a restare incinta mi ha detto: ‘Spero che il mio latte non contenga diossina, non abbiamo i soldi per comperarlo, mio marito, disoccupato non riesce ad entrare all’Ilva’”.

Ogni domenica nella Chiesa del Gesù Divin Lavoratore che custodisce tanti doni della famiglia Riva, compresi i pannelli solari sul tetto della canonica, don Nicola Preziosi invita i fedeli a non perdere la speranza, la sola rimasta: che Gesù scenda dalla croce per rendere giustizia ai bambini di Tamburi.

Il Fatto Quotidiano, 18 Luglio 2013

Foto: Luciano Manna / Peacelink