Lei farebbe crescere un suo nipotino nel quartiere Tamburi di Taranto? “Sicuramente no. E non ci prenderei mai casa”. L’intervista al ministro dell’Ambiente Corrado Clini potrebbe finire qui. “Non ho altre domande”, avrebbe detto Perry Mason. Ma la vicenda dell’Ilva di Taranto è troppo drammatica per essere risolta con una sentenza.

Dunque, anche ipotizzando l’adozione delle migliori tecnologie disponibili, non è pensabile che la gente continui a vivere lì?
Teoricamente la possibilità di minimizzare la polverosità diffusa fino a rendere abitabile il quartiere Tamburi c’è, ma in pratica non è semplice.

L’Ilva dice di essere in regola con i limiti sulle emissioni. Lei è d’accordo?
L’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), data all’Ilva nel 2011, dice che l’azienda deve fare molti interventi. Ci sono 462 prescrizioni, quindi l’Ilva non si può dire in regola.

Ma sulle questioni più delicate (cokeria, sinterizzazione) l’azienda dichiara che è già tutto fatto.
Questo è uno dei temi di contenzioso. C’è un problema irrisolto: le emissioni non convogliate, cioè le polveri che devono essere ridotte con misure gestionali. È uno dei temi critici, su cui Ilva dovrà investire.

Lei ha chiesto la revisione dell’Aia e l’Ilva ha fatto ricorso al Tar.
Sì, è andata così. Quando è uscito l’aggiornamento europeo delle migliori tecnologie disponibili ho chiesto di lavorarci, anche se c’erano quattro anni di tempo. Per questo hanno reagito.

L’atteggiamento delle industrie è sempre quello di prendere tempo, come se le norme anti-inquinamento fossero una forma di sadismo anti-industriale. E il governo dà loro ragione.
Non è il mio caso. L’8 marzo è stata pubblicata la decisione europea sulle nuove tecnologie e il 12 marzo ho chiesto di riaprire la procedura Aia dell’Ilva: quattro giorni, quando potevo aspettare quattro anni.

Però quando è stato deciso il sequestro la reazione è stata del tipo “questi magistrati esagerano sempre”. Non si è sentito un esponente del governo dire che Riva, condannato già due volte per lo stesso reato, ha tirato un po’ troppo la corda.
Veramente io lo penso, eccome! La situazione ambientale di Taranto richiede una strategia di risanamento urgente. E le prescrizioni dell’Aia 2011 non bastano. Pur avendo chiaro il contesto della concorrenza, ho chiesto a Ilva di adeguare gli impianti.

Il segnale prevalente che viene dal governo è che gli interessi generali sono stati messi in pericolo dall’intervento dei pm. Non crede che, di tutto questo, ne stiamo parlando solo grazie all’intervento della magistratura?
L’intervento della magistratura ha accelerato tutto, certo. Ma la procedura di Aia è stata aperta nel 2008, dunque è da allora che stiamo lavorando sulla riqualificazione del centro siderurgico. Ritengo sbagliato che ci si sia messo tanto tempo. I tempi della legge sono 300 giorni e vanno rispettati. Quattro anni e mezzo vuol dire che c’è stata una lunghissima trattativa, e questo non va bene.

Ma non è la stessa via concertativa che lei oggi rivendica?
Sì, ma io gli ho dato una settimana di tempo. L’Ilva ha smesso di protestare perché sa che non ha alternative. Non può più ridurre i costi risparmiando sull’ambiente , non può, è un reato.

Ma finora l’ha fatto?
Su questo non ho un giudizio. So quello che deve fare ora.

Il presidente dell’Ilva Bruno Ferrante dice che aspetta finanziamenti dal governo.
È previsto dalle norme europee, ma solo per fondi europei su interventi innovativi, cioè non per stare nei termini di legge, ma per raggiungere standard più avanzati.

L’ordinanza di custodia cautelare dice che l’obbligo di tenere bagnati i materiali del parco geominerario veniva violato per risparmiare. Poi si contrappone il pensiero industrialista razionale al presunto irrazionalismo selvaggio degli ambientalisti. Non le sembra che i cittadini di Taranto abbiano diritto di sentirsi dire dal governo che il selvaggio forse è Riva?
I fatti sono quelli che dice lei, ed è un’altra delle azioni sbagliate di Ilva. Quello che mi ha colpito molto della vicenda è l’atteggiamento conflittuale. Non esiste in Europa un’industria che possa agire in conflitto con il suo territorio. Ho detto perciò a Ferrante: possiamo cominciare a parlare se la smettete con questo approccio.

Riva evidentemente ritiene che il rispetto dell’ambiente comporti un costo voluttuario che metterebbe l’Ilva fuori mercato. E lei spesso sembra condividere l’idea.
Non è così. Non ho detto questo quando è uscita la direttiva europea sui nuovi standard anti-inquinamento. Io mi batto per un’industria più moderna, più pulita. La politica ambientale dev’essere il driver delle politiche industriali, se vanno in contrapposizione perdono le politiche industriali.

Ma come può progettare il futuro la più grande acciaieria d’Europa, proprietà personale di un signore di 86 anni, arrestato dopo due condanne per inquinamento?
Il segnale è la nomina di Ferrante. Speriamo che questo aiuti l’Ilva ad assumere una dimensione europea.

C’è anche l’abitudine dell’Ilva di fare pressioni varie sulle autorità di controllo. Dalle intercettazioni viene fuori il nome del vostro dirigente Dario Ticali.
C’è anche l’intercettazione su di me, dove l’ex capo delle relazioni istituzionali Girolamo Archinà dice ‘Clini è uomo nostro’. Ho preso atto che Ferrante ha licenziato Archinà, e questo è positivo. Ho chiesto al direttore generale competente di riferirmi se sono state rilevate pressioni dell’Ilva su Ticali o su altri.

Nell’estate del 2010 il suo predecessore Stefania Prestigiacomo ha abolito i limiti per il benzo(a)pirene. Così l’Ilva può buttarne fuori quanto ne vuole tanto è sempre in regola. Come è potuto accadere?
Non ha abolito il tetto, ha rinviato l’entrata in vigore del limite al 31 dicembre 2012. Il perché lo abbia fatto non lo so. Ho chiesto di conoscere l’istruttoria che ha portato alla decisione. Io non l’avrei fatto. Spero che la decisione sia nata da una seria struttura tecnica di ragionamento.